Abbiamo bisogno di più giochi come Death Stranding

Di Andrea Peroni 11 Novembre 2022

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Coloro che possono fregiarsi del titolo di maestro, o genio, nell’ambito dei videogiochi, oggi, sono pochi. Shigeru Miyamoto, papà di Zelda e Mario, è uno di questi. Hideo Kojima, pure. E se c’è stato un tempo nel quale si pensava che il creatore di Metal Gear Solid si sarebbe smarrito una volta allontanatosi dalla sua creatura, questi dubbi sono stati fugati da quello che nel novembre 2019, con sorpresa di molti, ha creato in Death Stranding.

Un’opera intima, silenziosa, riflessiva, proprio come trasmette il suo intero impianto ludico. Può piacere, può non piacere; chi scrive, ad esempio, ha amato ogni singolo secondo dell’avventura trascorsa nell’America distrutta prima in Death Stranding prima e poi in Death Stranding: Director’s Cut, edizione pubblicata lo scorso anno con alcuni nuovi contenuti per Ps5 e pc, così come tanti altri. Sono però altrettanti coloro che non si sono rispecchiati in quest’opera tanto curiosa quanto perfetta nella sua imperfezione, una produzione estremamente divisiva, difficilmente paragonabile ad altro.

Eppure è proprio questa la forza di Death Stranding, la volontà di proporre il nuovo, di esagerare, di sperimentare e sconvolgere il giocatore, chiamato apparentemente solo a correre in un vasto e silenzioso mondo per consegnare quelli che sembrano pacchi, ma che nascondono invece la speranza di un futuro migliore. Per un curioso caso del destino, sembra quasi che Death Stranding abbia precorso i tempi, anticipando ciò che sarebbe avvenuto pochi mesi dopo la sua pubblicazione – il lockdown, la pandemia, la lontananza, la solitudine. Uno scenario che nessuno di noi poteva immaginare, ma che Kojima, con il suo estro e la sua visione, ha saputo costruire e trasportare in un mondo di finzione che, in fin dei conti, non è poi così diverso dal nostro.

Certo, nel mondo reale non è mai avvenuto un Death Stranding, evento che ha portato all’estinzione di massa e alla formazione della Cronopioggia, un fenomeno atmosferico che fa invecchiare istantaneamente tutto ciò che tocca. Non esistono le Creature Arenate, manifestazioni dei morti che ancora fanno sentire la loro presenza nel “nostro” mondo. No, questo, ovviamente, fa parte della finzione, del gioco del racconto. Ma ciò che Death Stranding nasconde è qualcosa che merita riflessioni, pensieri, consapevolezza. Il mondo immaginato da Kojima è fatto di poche persone ormai distanti l’una dall’altra. È un mondo nel quale regna l’indifferenza, la solitudine, la volontà di pensare solo a se stessi da parte di una popolazione ormai affranta.

Mettersi nei panni di Sam Porter Bridges, il protagonista interpretato da Norman Reedus (The Walking Dead), è quasi naturale. Sebbene abbia le sue iniziali rimostranze, è chiaro che Sam rappresenta il sentimento che dovrebbe albergare in ognuno di noi, quello cioè di rimettere insieme i pezzi della società, unire le persone, creare nuove e talvolta imprevedibili vie di connessione, scacciare l’odio dilagante che soprattutto i social network non fanno altro che alimentare ogni giorno sempre di più. Tutto questo consegnando pacchi? Sì, consegnando pacchi. Perché no? Del resto, per tante, troppe persone, il volto più familiare oggi è ormai quello del corriere che porta a casa nostra l’ultima consegna di Amazon o simili, mettendo la comodità davanti all’umanità. E dunque il pacco si trasforma nella rappresentazione fisica del legame, per ricordarci che il vero senso dell’esistenza si traduce nell’unione e nel trascorrere il poco e prezioso tempo che ci è concesso su questo pianeta per stare con le persone che amiamo, anche quando le cose sembrano non andare come dovrebbero.

Death Stranding è un gioco perfetto? E chi lo ha mai detto. Death Stranding abbonda di difetti, da una narrazione fin troppo diluita e allo stesso tempo concentrata in pochi momenti, problema che Kojima si porta dietro da Metal Gear Solid 4 con le sue infinite cutscene, a nemici poco incisivi, per non dire da encefalogramma piatto. Ma abbiamo bisogno di più giochi come Death Stranding, oh sì. A patto, chiaramente, di riuscire a comprenderli. L’opera di Kojima ci ha insegnato che il vero core dell’esperienza, ludica e non, non deve essere il traguardo, bensì il viaggio, un cammino che può essere intriso di mille pericoli e insidie, ma che una volta concluso regala una soddisfazione come poche altre cose sono riuscite a fare. Ma ci ha altresì insegnato, celando il suo reale significato dietro a una trama da blockbusterone hollywoodiano con esplosioni, colpi di scena e paesaggi mozzafiato, che la vera forza sta nell’unione. Ed è qualcosa che tutti noi dovremmo ricordare, specialmente di questi tempi.

 

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