One Piece Odyssey è, finalmente, un bel videogioco di One Piece

Di Andrea Peroni 24 Gennaio 2023

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Ci sono voluti anni, lustri, decenni interi per vedere One Piece diventare un bel videogioco. Siamo passati attraverso più o meno odiosi musou basati su orde infinite di nemici tutti uguali; picchiaduro due e tre dimensioni di caratura inferiore ad altri esponenti del genere, incapaci quindi di lasciare un segno; ci sono state poi incursioni nel mondo mobile, crossover tiepidi come Jump Force, e molto altro ancora. Insomma, One Piece, il longevo manga di Eiichiro Oda, una delle opere nipponiche più famose di sempre, non ha mai avuto una gran fortuna in questo mercato.

Con One Piece Odyssey, per fortuna, le cose cambiano. Con Odyssey, Bandai Namco e Ilca toccano infatti i lidi finora inesplorati dal franchise dei classici giochi di ruolo, approntando dinamiche di gioco che probabilmente non faranno piacere ai puristi del genere ma capaci di rendere al meglio un’opera complessa che ha come scopo quello di adattare personaggi e mondi ben noti a contesti nuovi, anche e soprattutto dal punto di vista del gameplay.

Odyssey racconta quella che si potrebbe definire una storia filler del manga di One Piece, quasi apocrifa se vogliamo, ma non per questo poco interessante. Dopo gli eventi di Dressrosa, uno degli archi narrativi più lunghi e importanti dell’opera di Oda, Rufy e la sua ciurma si ritrovano nella misteriosa isola di Waford. Qui incontrano una giovane ragazza, Lim, la quale è in grado di rimuovere i ricordi dalle menti delle persone e conservarli all’interno di oggetti. Chiaramente questo pretesto è utile per depotenziare Cappello di Paglia e tutti i suoi amici, dando vita a una nuova avventura a caccia dei ricordi perduti che mantiene costante la sua dose di sorprese e divertimento per tutto l’arco della storia. La cosa interessante è che questo “viaggio nei ricordi”, oltre i confini dell’isola di Waford, consente al gioco di cambiare le carte in tavola, e così ad esempio negli eventi dell’arco narrativo di Alabasta vengono coinvolti personaggi anacronistici come Franky. La fedeltà all’opera di Oda resta, ma questa novità è stata una piacevole digressione che in effetti non rompe in alcun modo gli eventi originali.

A differenza di molti altri titoli del franchise, poi, One Piece Odyssey applica un sistema da gioco di ruolo a turni, con una certa dose di novità e soprattutto imprevedibilità che non rende gli scontri così scontati come si potrebbe. La squadra è composta da quattro personaggi per battaglia, disposti in posizioni differenti dell’arena e di fronte a diversi gruppi di nemici, scelta questa che rende difficile, o comunque più complicato, prevedere in anticipo le mosse da eseguire. I personaggi possono poi essere naturalmente spostati, gestendo la battaglia come uno scacchiere da studiare: quale può essere la strategia migliore da adottare, in relazione alle abilità del team? Abilità che, come in ogni gioco di ruolo che si rispetti, rispecchiano i vari membri della ciurma e i loro poteri, e avanzando nel gioco queste miglioreranno via via che i ricordi tornano alla mente. In generale, le meccaniche gdr si presentano tutto sommato semplificate rispetto ad altri grandi titoli di questo genere, poiché con Odyssey Bandai vuole raggiungere un pubblico quanto più casto possibile.

Anche la gestione dell’open world riflette questa filosofia. E così, mentre le battaglie vengono arricchite di una componente random per rendere tutto più frizzante, anche l’isola di Waford rappresenta un’ottima area tutta da esplorare, non troppo grande né troppo piccola, con tanto di missioni secondarie, compiti extra, oggetti da recuperare e incontri casuali, alla lunga, a dire il vero, un po’ troppo facili. L’albero delle abilità dei compagni d’avventura di Rufy è però utile per rendere più interessante il mondo da esplorare: Sanji, ad esempio, è perfetto per andare alla ricerca di ingredienti per la cucina; Zoro, poi, utilizza le sue spade per liberare ostacoli lungo il cammino; Nami, invece, è utilissima quando si parte a caccia di denaro per acquistare l’acquistabile.

Quello che rimane alla fine delle circa 35 ore richieste per completare One Piece Odyssey, in fin dei conti, è un titolo certo non frenetico come molti potevano aspettarsi ma molto divertente, realizzato con cura e amore da un team di sviluppo che finalmente ha saputo valorizzare un manga, e anime, non certo facile da trasporre nella forma di videogioco. L’effetto nostalgia è una componente importante della produzione, ma Ilca è stata brava a non cadere nell’errore di basarsi solo su questo e sul fan service, costruendo invece intorno a Rufy un gioco nuovo e ricco di spunti. Un buon lavoro, finalmente. Lontano dalla perfezione, ma certamente di un altro stampo rispetto a quello che One Piece aveva saputo offrire fino a oggi.

 

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