Piacenza

Trespidi a Napolitano: “Impossibile votare a febbraio per il referendum”

10 dicembre 2012

Il presidente della Provincia, Massimo Trespidi, ha scritto al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, chiedendo che sia “congelata” la prospettiva di convocare il referendum di Piacenza per il passaggio in Lombardia il 10 e 11 febbraio, come deliberato dal Consiglio dei Ministri. Il referendum dovrebbe essere infatti indetto con decreto del presidente della Repubblica, ed è proprio a Napolitano che Trespidi si è appellato, sottolineando come l’operazione sia al momento insostenibile dal punto di vista economico (il bilancio 2012 è blindato e pensanti incertezze vi sono su quello del 2013) e anche politico, dal momento che sembra destinato a morire il decreto che prevedeva l’accorpamento delle Province. Il matrimonio forzato con Parma – che portò a deliberare la richiesta di referendum per la “fuga” in Lombardia – sarebbe vittima dell’ingorgo parlamentare. La riforma, ferma in commissione al Senato, è stata fortemente depotenziata nelle ultime settimane. La Lega Nord aveva comunque invitato il presidente ad andare avanti sulla strada del referendum e questo potrebbe causare non poche frizioni nella maggioranza di Trespidi.

Trespidi non rinuncia al sogno lombardo, ma i conti al momento non tornano. “Non sappiamo ancora quali tagli graveranno sul bilancio del 2013 – ha detto il presidente della Provincia, Massimo Trespidi -. Il totale contesto di incertezza in cui ci troviamo ad operare ha impedito a tutte le amministrazioni locali di approvare i bialnci entro il 31 dicembre di quest’anno. Lavoreremo quindi con una gestione “in dodicesimi” del bilancio 2012. La somma ipotizzata per il referendum (pari a circa 500mila euro, ndc) potrebbe essere finanziata con un avanzo di amministrazione, il quale, tuttavia, per legge, può essere utilizzato solo dopo l’approvazione del conto consuntivo 2012, prevista per il 30 aprile”.

La lettera inviata a Napolitano (Pdf)

 

Intanto il Governo lancia l’allarme dopo l’annuncio del Pdl di voler porre in aula al Senato, mercoledì, la pregiudiziale di incostituzionalità sul Decreto legge sulle Province. Lo stop creerebbe caos istituzionale, sostiene uno studio del Dipartimento delle riforme del ministero della funzione pubblica inviato ad alcuni senatori. Oltre ai mancati risparmi, ci sarebbe «la lievitazione dei costi a carico di Comuni e Regioni e il blocco della riorganizzazione periferica dello Stato». Si tornerebbe al decreto “Salva Italia”, «i perimetri e le dimensioni delle Province resterebbero quelli attuali e verrebbe meno l’individuazione delle funzioni “di area vasta” come funzioni fondamentali delle Province». In questo caso «le Regioni dovrebbero emanare entro la fine di quest’anno leggi per riallocare le funzioni tra Comuni e Regioni stesse» comportando la «devoluzione delle funzioni alle Regioni con conseguente lievitazione dei costi per il personale (quello regionale costa più di quello provinciale e comunale) e la probabile costituzione di costose agenzie e società strumentali per l’esercizio delle funzioni».

Inoltre, secondo lo studio, si aprirebbe «un periodo di incertezza per l’esercizio di funzioni fondamentali per i cittadini (come manutenzione di scuole superiori e strade, gestione rifiuti, tutela idrogeologica e ambientale)» e le città metropolitane resterebbero «istituite solo sulla carta e la loro operatività sarebbe ostacolata da una serie di fattori».

Il ministro della pubblica amministrazione Filippo Patroni Griffi ha ribadito come lo stop al Decreto comporterebbe «una serie di problemi operativi sul piano delle funzioni per i cittadini nonché di raccordo normativo con la legge di spending e il Decreto Salva-Italia». «Il Governo – ha anche aggiunto – dovrà attentamente valutare la presentazione di una pregiudiziale da parte di un partito di maggioranza e le conseguenze sull’ulteriore iter della legge di conversione».

Il Pdl però non ci sta e chiede al Governo di dimostrare quali risparmi porterebbe la riforma.
Intanto Legautonomie difende il Decreto, «l’unica riforma istituzionale della legislatura fortemente voluta dai cittadini», mentre l’Upi esulta: «finalmente è chiaro che le Province hanno un ruolo indispensabile nel sistema istituzionale del Paese per i servizi essenziali che svolgono ai cittadini. Come è chiaro che queste funzioni non possono essere svolte né dalle Regioni né dai Comuni».

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