Nel Mirino, Smart working: “Non è solo lavoro da casa, ma un cambio di cultura”

20 Marzo 2021

Smart working? Non significa solo portarsi il computer a casa per lavorare. Se ne è parlato durante l’ultima puntata di “Nel Mirino”, la trasmissione condotta dal direttore di Telelibertà e Liberta.it Nicoletta Bracchi e andata in onda ieri sera. Diversi gli ospiti a confronto: dai rappresentanti delle università a quelli delle aziende, tutti uniti per dare conto di che cosa significhi davvero “lavoro agile” e quanto influisca sulle vite delle imprese e dei lavoratori.

“Spesso si parla di smart working, ma quello che abbiamo vissuto in questi mesi è un’evoluzione del telelavoro: ognuno di noi si è portato a casa il computer – spiega Franca Cantoni, docente dell’Università Cattolica di Piacenza – ma di fatto il vero smart working richiede un cambiamento di cultura: generalmente in azienda i cambiamenti sono sempre graduali, in questo caso non c’è stato tempo per poter formare i lavoratori e molte aziende hanno registrato una resistenza verso queste nuove modalità di lavoro a distanza per diverse questioni: in primis quella riguardante il cambiamento dello stile di controllo, ma anche la necessità di ridisegnare la gerarchia”.

Eppure c’è chi nello smart working ha visto un’occasione per ripensare le modalità di lavoro: è Paolo Molinaroli, cfo di Musetti spa: “Il fatto è che per fare smart working ci vogliono degli investimenti – spiega – noi abbiamo messo una fibra per avere la connettività fuori dall’azienda, abbiamo sostituito i computer fissi dei dipendenti con dei notebook e abbiamo puntato sulla sicurezza degli scambi aziendali. Questo di fatto significa cambiare completamente un paradigma, un modo di pensare e sfruttare la tecnologia per farlo”.

“È il mercato a pretendere l’innovazione: un’associazione come la nostra può aiutare le aziende in questo cambiamento ed è sicuramente una sfida – è il commento del direttore di Confapi Industria Piacenza Andrea Paparo – di fatto è come se la pandemia ci avesse buttato in mare chiedendoci di nuotare senza averlo mai fatto: penso che questo sia l’avvio di un percorso che spero possa portare a un miglioramento. Parlare di smart working oggi non significa solo affrontare un problema di infrastruttura digitale, ma una riorganizzazione vera e propria che richiede anche investimenti in un periodo come quello odierno di forte contrazione. Ma è anche vero che siamo solo all’inizio di un fenomeno di cambiamento”.

“Più che cambiare occorre aggiornarsi – segnala il ceo di Paeda e associati Davide Lenarduzzi – tenere presente da dove veniamo e guardare avanti: noi italiani abbiamo delle buone idee, basti pensare che siamo i primi ad avere aperto una sede all’interno di una nave da crociera, rendendo realtà quello che ci sembrava sogno”.

“Il fatto è che non c’è ancora una cultura di quanto la tecnologia possa essere veramente abilitante – conferma il titolare di Valuegroup Giulio Drei – e anche se la consapevolezza da parte dei manager sta diventando sempre maggiore, c’è ancora molto da fare. Ci troviamo davanti a una situazione di impreparazione diversificata che va sanata e in questo senso la formazione è fondamentale: con la nostra realtà, che è associata a Confindustria, cerchiamo proprio di accompagnare le aziende piccole, medie e grandi verso la trasformazione digitale”.

IL SERVIZIO DI ELISABETTA PARABOSCHI

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