«Sono stata abusata dal compagno di mia figlia»

La drammatica testimonianza di una donna di settant'anni, protetta in tribunale da un separé. L'uomo nega le accuse

Ermanno Mariani
|1 giorno fa
Un'aula del tribunale di Piacenza
Un'aula del tribunale di Piacenza
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È entrata in aula protetta da un separé per raccontare il proprio dramma. Davanti al collegio giudicante composto da Isabella Farini, Luigia Ranza e Ilaria Pienzi, una donna di quasi settant’anni ha ripercorso i dettagli della presunta violenza sessuale che avrebbe subito nel gennaio del 2024 da parte del compagno della figlia, un uomo di poco più di quarant’anni originario del Sud. L’imputato si sarebbe recato a casa della donna con il pretesto di aiutarla a riparare una serratura difettosa. «Si è fatto avanti e io ho avuto la sensazione che qualcosa non andasse», ha dichiarato la vittima durante l’esame condotto dal pm Luca Morisi.
Il racconto si è poi fatto ancora più drammatico: la donna ha descritto un’aggressione fisica culminata sul divano di casa, dove l’uomo l’avrebbe immobilizzata con un ginocchio per poi consumare l’abuso. «Portava una tuta, ha fatto in fretta. Poi ha cominciato a schiaffeggiarmi», ha proseguito la settantenne, cercando di uscire dal silenzio. A interrompere la violenza sarebbe stato il suono del campanello: un vicino di casa, ignaro di quanto stesse accadendo, chiedeva di spostare un’auto.
Uno dei punti focali del processo riguarda i dieci mesi trascorsi tra l’evento e la querela (si ricorda che per il reato di violenza sessuale la vittima ha 12 mesi di tempo dal giorno del fatto per sporgere querela, proprio per consentire alle vittime di trovare la forza di esporsi giuridicamente dopo il trauma). La donna, assistita dalle avvocate di parte civile Gaia Molinari e Miriam Viadana, ha sottolineato come il “ritardo” nella denuncia fosse legato al forte stato di shock e al timore di ritorsioni: «Non ho denunciato subito perché ero molto spaventata e temevo potesse capitare qualcosa a me o a mia figlia». Solo dopo essersi confidata con il vicino di casa, un’amica e una dottoressa, la donna avrebbe trovato il coraggio di rivolgersi alle autorità.
L’imputato, difeso dall’avvocato Giovanni Mazzia del Foro di Castrovillari, respinge categoricamente ogni accusa, proclamandosi innocente. La difesa ha puntato i riflettori su alcuni messaggi telefonici che sembrerebbero contrastare con il clima di terrore descritto: secondo quanto emerso in aula, infatti, il giorno successivo alla presunta violenza la donna avrebbe invitato a pranzo sia la figlia che il compagno di lei.
Il dibattimento è stato rinviato al prossimo dicembre.