"Sindrome di Dorian Gray", gli italiani hanno paura di invecchiare
Dall'indagine dell'Università Cattolica emerge un italiano su due teme di perdere attrattività fisica con l’avanzare degli anni, quasi 5 su 10 hanno paura di non sentirsi più utili
Redazione Online
|2 ore fa

Gli italiani temono la vecchiaia, uno su due, infatti, ha il terrore di perdere l’attrattività fisica. É il dato che emerge dal rilevamento del monitor continuativo di EngageMinds Hub – Consumer, Food & Health Engagement Research Center, Centro di ricerca in psicologia dei consumi e della salute dell’Università Cattolica del Sacro Cuore su come la popolazione italiana guarda all’invecchiamento sotto diversi punti di vista: una fotografia che, seppur meno stigmatizzata rispetto al passato, in generale resta ancorata a uno schema di vulnerabilità e di perdita più che di maturità o vitalità quando è legata a certi valori come l’utilità sociale. Per gli italiani la vecchiaia è un tempo che inizia sempre più tardi.
L’ingresso nella «terza età» viene collocato infatti attorno ai 71 anni, segno di un’idea di anzianità in trasformazione rispetto al passato. Il dato testimonia un cambiamento di pensiero rilevante in linea con l’allungamento dell’aspettativa di vita e con l’immagine di una popolazione matura che si sente ancora attiva e socialmente partecipe ben oltre i 60 anni. In questo scenario «diventare anziani» non coincide più con l’età pensionabile, ma con una soglia simbolica più elevata che viene associata soprattutto al percepito calo di autonomia o di salute.
L'indagine
Entrando nel merito dei risultati dell’indagine emerge che le principali preoccupazioni legate all’età riguardano soprattutto la sfera dell’immagine e dell’utilità personale. Un intervistato su due (50%) teme di perdere attrattività fisica con l’avanzare degli anni, mentre quasi 5 su 10 (il 47%) hanno paura di non sentirsi più utili. Più che il rischio di isolamento sociale pesa quindi il timore di un ridimensionamento del proprio valore e del riconoscimento da parte degli altri: il 41% ha timore di contare meno per la società e si sente triste al pensiero di essere percepito come meno attraente, il 30% è preoccupato di non aver raggiunto alcune tappe considerate importanti dalla società, mentre solo il 20% ha paura di essere escluso dalla propria cerchia sociale. Nel complesso l’invecchiamento viene vissuto prevalentemente come una minaccia simbolica alla competenza, all’immagine e al contributo personale piuttosto che come una perdita di relazioni.
In questo quadro generale affiorano anche differenze di genere significative in particolare su due aspetti. Le donne si mostrano più infastidite all’idea di non sentirsi più utili man mano che invecchiano (il 51% contro il 43% degli uomini), segno di una maggiore attenzione al proprio sociale. Ancora più marcata è la distanza rispetto al timore di non aver raggiunto tutte le tappe
considerate importanti nella vita (35% donne contro 25% uomini). In entrambe le dimensioni emerge un invecchiamento femminile più riflessivo e autocritico, in cui pesa non tanto la perdita di giovinezza, quanto la sensazione di non essere più riconosciute per ciò che sono capaci di realizzare.
Per i giovani (18-34 anni) la maggiore preoccupazione è quella di non riuscire a raggiungere alcune tappe di vita considerate importanti dalla società (il 52%, contro il 30% tra gli over 55). La fascia intermedia (35-54 anni) appare più sensibile al giudizio degli altri temendo maggiormente di essere percepita come meno attraente (35%) e di poter essere esclusa dalla propria cerchia sociale (24% contro il 20%). Gli over 55, invece, mostrano una sensibilità più marcata rispetto alla possibile perdita di utilità con l’avanzare dell’età (52% contro il 47% del totale del campione), segno di una preoccupazione legata al proprio ruolo e al contributo nella collettività.
«È indubbio che sia in atto un’evoluzione nel modo in cui le persone interpretano e vivono l’avanzare dell’età, dichiara Guendalina Graffigna, direttrice del Centro di Ricerca EngageMinds Hub e responsabile scientifica dell’indagine. Permangono tuttavia alcune fragilità legate soprattutto al timore di perdere riconoscimento e ruolo sociale. Diventa quindi fondamentale promuovere una cultura della longevità che valorizzi il contributo delle persone nelle diverse fasi della vita e che sostenga condizioni concrete di partecipazione, benessere e inclusione. Si tratta di un impegno che coinvolge non solo il sistema socio-sanitario, ma anche il mondo del lavoro, dei servizi e delle politiche pubbliche orientate all’invecchiamento attivo».
Continuando nell’analisi dei dati, il report racconta come il benessere fisico si associ in modo lieve ma interessante alle percezioni sull’invecchiamento: le persone con un benessere fisico «a rischio» esprimono infatti una maggiore paura di esclusione sociale con il passare dell’età (il 25% contro il 20% complessivo del campione e il 17% di chi è invece in una condizione di salute sana). Questa più alta sensibilità può riflettere la consapevolezza che difficoltà fisiche o una salute percepita come fragile possano limitare le opportunità di partecipazione e di relazione. Negli altri ambiti come la preoccupazione per l’aspetto fisico o per la perdita di utilità le differenze risultano invece contenute, suggerendo che il timore di invecchiare non dipende esclusivamente dalla condizione di salute, ma da fattori di natura psicologica e sociale.
Le persone con livelli più bassi di benessere esprimono più frequentemente alcune preoccupazioni: il 55% teme di perdere utilità con l’età (contro il 47% della media del campione) e il 49% ha la sensazione di non aver raggiunto importanti obiettivi di vita (contro il 41%). Anche altri timori risultano più diffusi in questo gruppo: il 49% teme di valere meno per la società (rispetto al 41% complessivo) e il 35% pensa di poter essere percepito come meno attraente (contro il 30%). Al contrario, chi presenta un elevato benessere psicosociale mostra livelli di preoccupazione più contenuti su tutti questi aspetti, con valori inferiori alla media. Nel complesso, il benessere psicosociale sembra quindi svolgere una funzione protettiva: chi si sente soddisfatto, integrato e in controllo della propria vita tende a guardare all’invecchiamento con maggiore serenità.
Chiedendo agli italiani di immaginare e descrivere la propria vita personale nelle fasi più mature, emerge dai dati un’immagine dell’invecchiamento fortemente proattiva e ancorata a una visione di continuità con la vita adulta. Il 90% ritiene che anche in età matura sia possibile vivere esperienze emozionanti e gratificanti, mentre l’84% sottolinea l’importanza di continuare a fare progetti per il futuro. Resta centrale la dimensione affettiva: l’80% crede che ci si possa innamorare a qualsiasi età e il 63% riconosce che la sessualità continua a essere un aspetto rilevante anche nelle fasi più in là della vita. Accanto a questa continuità emotiva e relazionale il 69% ritiene che con l’età i rapporti familiari acquisiscano maggiore importanza suggerendo un riequilibrio tra autonomia personale e legami affettivi. Solo il 38% considera le attività adrenaliniche come opportunità che non hanno limiti anagrafici.
Quando l’invecchiamento viene invece rappresentato nella sua dimensione sociale, il lavoro diventa uno degli elementi più centrali dell’identità. Il 64% degli italiani ritiene infatti che il lavoro possa continuare a dare significato alla vita anche dopo l’età pensionabile, il 62% considera utile che le persone con competenze o qualifiche elevate continuino a contribuire alla società, valorizzando il patrimonio di esperienza accumulato nel corso della vita professionale. Accanto a questa visione, il 53% ritiene che il lavoro resti una parte importante dell’identità personale anche nelle fasi più avanzate della vita. Infine, il 43% osserva che oggi i confini tra «giovani» e «anziani» appaiono sempre meno netti.
«Anche nelle fasi più mature della vita il lavoro continua a svolgere una funzione identitaria e sociale molto rilevante, commenta Michele Paleologo, ricercatore di EngageMinds Hub. L’impegno professionale viene, infatti, percepito non solo come attività economica, ma anche come spazio di realizzazione personale e partecipazione alla vita collettiva. In questa prospettiva l’esperienza e le competenze maturate nel tempo assumono un valore che travalica i confini anagrafici contribuendo a ridefinire in modo più fluido il rapporto tra età, ruolo e contributo sociale.»
La dimensione valoriale e intergenerazionale dell’invecchiamento restituisce un approccio aperto e inclusivo, in cui età e crescita personale non coincidono necessariamente: la quasi totalità degli italiani (il 94%) ritiene che si possa continuare a imparare a ogni età, segnalando una rappresentazione dell’apprendimento come processo continuo lungo tutto l’arco della vita, il 71% afferma che essere giovani o anziani dipenda più dal modo di pensare che dall’età anagrafica, il 69% riconosce che i giovani possano insegnare competenze e conoscenze importanti alle persone più mature e il 65% associa il passare degli anni a un aumento di esperienza e saggezza, confermando una rappresentazione complessivamente positiva del percorso di vita e del valore accumulato con l’età.
L’età incide in modo significativo sulle rappresentazioni valoriali dell’invecchiamento. Gli over 55 esprimono una visione più serena e orientata alla continuità: il 79% ritiene importante perseguire progetti anche con l’avanzare dell’età (contro il 61% dei più giovani) e il 75% individua nella famiglia un punto di riferimento sempre più centrale. Ne emerge l’immagine di una fase della vita ancora capace di investire nel futuro e nei legami. I più giovani, al contrario, mostrano un orientamento più marcato verso l’autonomia e la dimensione esperienziale: l’87% è convinto che anche in età avanzata sia possibile vivere emozioni intense e gratificanti, una quota significativamente più alta rispetto al 59% registrato tra gli over 55.

