Ann Lowe, la stilista invisibile dell'America elegante

Dal Sud segregazionista all'atelier su Madison Avenue, una designer afroamericana sfidò il razzismo con ago e filo

Redazione
|2 ore fa
Ann Lowe in uno scatto degli anni '60
Ann Lowe in uno scatto degli anni '60
1 MIN DI LETTURA
Quando il 12 settembre 1953 Jacqueline Bouvier sposò il senatore John F. Kennedy, l’America rimase incantata dal suo abito: taffetà di seta color avorio, ampia gonna a pieghe, corpetto strutturato con motivi trapuntati. Un vestito destinato a diventare iconico, copiato e ricopiato per anni. Il nome della stilista, però, rimase volutamente celato: Ann Lowe, nata nel 1898 a Clayton (Alabama), in una famiglia di sarte che lavoravano per l’alta società bianca del Sud segregazionista. Sua nonna e sua madre erano rimaste schiave fino al 1860, quando il nonno materno di Ann le aveva riscattate. Fin da bambina Ann imparò a modellare tessuti e ricamare fiori in stoffa; a sedici anni completò importanti commissioni in autonomia, rivelando un talento precoce in un ambiente che offriva poche opportunità alle donne afroamericane.
Nel 1917 decise di trasferirsi a New York per studiare alla S.T. Taylor Design School. A causa della segregazione razziale fu costretta a seguire le lezioni in un’aula separata dalle studentesse bianche, ma si diplomò con successo. Anche una volta affermata, il razzismo continuò a segnare la sua carriera: lavorava per alcune delle famiglie più influenti del Paese, ma il suo nome veniva spesso omesso dalla stampa e dalle cronache mondane.
La commissione per Jacqueline Bouvier arrivò nell’estate del 1953. Circa dieci giorni prima delle nozze, un tubo dell’acqua si ruppe nel laboratorio di Lowe, danneggiando gravemente l’abito da sposa e quelli delle damigelle. In circa cinque giorni la stilista e le sue collaboratrici li ricrearono, sostenendo personalmente una perdita economica pur di rispettare la consegna.
Il giorno del matrimonio l’abito fu celebrato come un capolavoro di eleganza classica. Quando le fu chiesto chi lo avesse realizzato, Jacqueline Kennedy lo attribuì vagamente a una “colored dressmaker”, una sarta di colore: una formula che rifletteva il linguaggio e il clima dell’epoca e che contribuì a mantenere Lowe nell’ombra.
Alla notte degli Oscar del 1947 Olivia de Havilland ricevette la statuetta come miglior attrice in uno splendido abito di Ann Lowe
Alla notte degli Oscar del 1947 Olivia de Havilland ricevette la statuetta come miglior attrice in uno splendido abito di Ann Lowe

Nonostante discriminazioni, difficoltà finanziarie e problemi di salute - tra cui la perdita di un occhio a causa del glaucoma - Lowe continuò a lavorare per l’alta società americana. Nel 1968 aprì il suo negozio, “Ann Lowe Originals”, su Madison Avenue, un traguardo raro per una stilista afroamericana in quella prestigiosa strada simbolo della moda newyorkese.
Già nel 1972 decise però di ritirarsi e morì una decina d’anni più tardi, nel 1981.

Le sue creazioni sono oggi conservate nei principali musei di moda e arti decorative del mondo; mostre, pubblicazioni e conferenze cercano di restituirle quanto le è stato ingiustamente sottratto in termini di fama e considerazione. La sua figura è un modello, che può ispirare le giovani generazioni: in un’epoca segnata dalla segregazione razziale, Ann Lowe seppe cucire il proprio talento dentro la storia degli Stati Uniti, trasformando l’eleganza in una forma silenziosa di resistenza.
ALESSANDRO MALINVERNI, Direttore del Museo Gazzola, Conservatore delle collezioni d’arte dell’Accademia Nazionale di Belle Arti di Parma, docente, Storico dell’Arte e della Moda