Guido Zurlino, tra viaggi e parole: «Così l’inglese mi ha cambiato la vita»

Alle radici della sua vocazione internazionale c’è anche la storia del nonno, emigrato negli Stati Uniti passando da Ellis Island

Matteo Prati
|4 ore fa
Guido Zurlino, tra viaggi e parole: «Così l’inglese mi ha cambiato la vita»
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Un passaporto segnato da decine di visti, una vita trascorsa incollato alla passione per la lingua inglese, i viaggi, la fotografia e la musica. E' il profilo di Guido Zurlino, giornalista, traduttore e instancabile viaggiatore, ospite ieri del programma Lo Specchio su Telelibertà, condotto e ideato da Nicoletta Bracchi. Un percorso personale e professionale che si muove tra mondi diversi, tenuti insieme da una curiosità mai esaurita e da una passione profonda per l'idioma di Albione.
«Volevo fare altro, magari il chitarrista rock - racconta Zurlino - ma l’amore per l’inglese mi ha aperto il mondo, anche dal punto di vista lavorativo. A volte sono gli incontri casuali, più ancora del talento, a cambiarti la strada». E proprio un incontro si rivela decisivo: quello con un ex collaboratore di Urania e vice direttore della rivista Atlante, che lo introduce al giornalismo di viaggio e gli apre prospettive inattese. «Da lì è iniziato tutto — racconta — e da quel momento ho perso il conto dei miei viaggi». Traduttore dall'inglese di riconosciuto spessore, Zurlino ha collaborato con alcune delle principali case editrici italiane — da Mondadori a Rizzoli, da Longanesi a Il Saggiatore — traducendo oltre duecento titoli e affiancando all’attività editoriale quella giornalistica, con reportage e articoli dedicati al viaggio. «Il traduttore ha un ruolo fondamentale: può determinare il successo di un libro. È un lavoro invisibile, ma decisivo».
Alle radici della sua vocazione internazionale c’è anche la storia del nonno, emigrato negli Stati Uniti passando da Ellis Island: «Forse nasce da lì il mio legame con l’America». Un legame rafforzato dalla Beat Generation e vissuto in prima persona: «Volevo fare il musicista, facevo il busker, erano anni di grande libertà». Negli Stati Uniti ha vissuto a Springfield, vicino a Lowell, città di Kerouac. Prima della scrittura, aveva iniziato Architettura, poi abbandonata: «Ho capito che non faceva per me». Poi l’ingresso alla casa editrice piacentina La Galassia e poi il passaggio a Urania come traduttore. Accanto alle lingue, resta centrale la musica con la chitarra sempre presente e incontri significativi come quello con Pete Seeger. Nel corso della conversazione emerge anche il rapporto con la lingua italiana.
«L’inglese è straordinario, ma l’italiano ha sfumature uniche. Imparare l'inglese? Più immersione, più esperienza diretta, magari vivendo all’estero». Viaggiatore “inside”, come si definisce, Zurlino ha attraversato anche l’Asia, rimanendo segnato soprattutto dall’India: «Colori, profumi, suoni che ti cambiano lo sguardo». Uno sguardo che torna anche nel suo lavoro di traduttore: «L'emozione della prima traduzione. A venticinque anni tradussi “Feathertop” di Nathaniel Hawthorne, una storia sull’inganno delle apparenze».
Vigorelli 1971: il giorno in cui il rock si fermò
Un ricordo che ha il sapore della storia e dell’adolescenza, quello rievocato da Guido Zurlino pensando al concerto “shock” dei Led Zeppelin del 5 luglio 1971 al Vigorelli di Milano. «Ero lì, tra il pubblico — racconta — e dopo pochi minuti tutto si interruppe. Ma quell’attimo è rimasto sospeso nel tempo». All’inizio sembrava una serata come tante, con l’energia elettrica di una generazione che cercava nella musica un linguaggio nuovo. Poi, lentamente, qualcosa cambia: urla, sirene, il suono secco dei lacrimogeni, una puzza acre. «All’epoca — ricorda — certe tensioni facevano quasi parte del paesaggio, non ci sembrava nulla di così insolito». Ma il fumo comincia a invadere il prato, si insinua sotto il palco, confonde lo sguardo. I brani si interrompono, riprendono a fatica.
«Pensavo fosse il vento — spiega — poi ho capito che i lacrimogeni erano già dentro». La situazione degenera rapidamente: un cancello cede, la folla si muove in modo incontrollabile, l’onda umana diventa pericolosa. Eppure, tra il caos e la paura, resta un’immagine nitida, riaffiorata anni dopo come un dettaglio impossibile da cancellare: «Cercando fotografie di quella sera, mi sono riconosciuto in uno scatto. Un frammento di vita rimasto sospeso, fermo in un istante preciso, mentre intorno tutto cambiava, il tempo, le persone, le prospettive, lasciando in quell’immagine la traccia di un’esperienza che continua ancora oggi a parlare». Un aneddoto personale che si intreccia con una pagina iconica della storia del rock in Italia». Tutte le puntate de “Lo Specchio” sono disponibili on demand sul sito di Libertà.