La diversità genetica: la faccia nascosta e dimenticata della biodiversità

26 dicembre 2012

Un progetto di ricerca internazionale, a cui ha preso parte il Centro di Ricerca BioDNA della Facoltà di Agraria dell’Università Cattolica, ha dimostrato per la prima volta che, per le piante alpine, gli ambienti che ospitano il maggior numero di specie non sono necessariamente quelli più ricchi dal punto di vista genetico

Questa scoperta, pubblicata recentemente sulla prestigiosa rivista Ecology Letters, suggerisce che in futuro sarà necessario sviluppare nuove strategie per conservare efficacemente la biodiversità nelle regioni alpine.
Dopo la Conferenza di Rio de Janeiro del 1992, è universalmente accettata l’idea che esistano tre livelli fondamentali e interconnessi di biodiversità: la diversità degli ecosistemi, quella delle specie all’interno di un ecosistema e la diversità genetica all’interno di ciascuna specie.
Un’ampia variabilità genetica è vantaggiosa per una specie perché le permette di evolvere e di adattarsi più rapidamente alle modificazioni ambientali, incluse quelle indotte dai cambiamenti climatici.
Per decidere dove realizzare le aree protette, fino ad ora sono state prese in considerazione soltanto la diversità di ecosistemi e di specie, dando per scontato che la diversità genetica rispecchiasse quella degli altri due livelli, cioè che nelle aree più ricche di specie fossero presenti anche i livelli più elevati di variabilità genetica.
Nel corso del progetto IntraBioDiv, finanziato dall’Unione Europea, un team di 15 laboratori coordinati dal Laboratorio di Ecologia Alpina dell’Università di Grenoble (Francia) ha messo a confronto i livelli di ricchezza in specie e diversità genetica nelle piante d’alta montagna (quelle che crescono sopra ai 1500 m. s.l.m.) delle Alpi e dei Carpazi. Al progetto ha preso parte anche un gruppo di ricercatori dell’Università Cattolica, tra cui il Prof. Paolo Ajmone Marsan e la Dott.ssa Licia Colli dell’Istituto di Zootecnica e Centro di Ricerca BioDNA della Facoltà di Agraria.
I ricercatori hanno studiato i pattern di distribuzione di 893 specie di piante sulle Alpi e sui Carpazi. Dopo aver caratterizzato a livello genetico 27 di tali specie, hanno trovato che le aree ricche di specie sono diverse dalle aree che presentano elevata diversità genetica. Nelle Alpi, in particolare, la regione più ricca in specie risulta essere l’area sud-occidentale, vicino al confine con la Francia, mentre le zone a maggior diversità genetica sono localizzate nelle Alpi centrali della Svizzera e nelle Alpi nord-orientali dell’Austria.
La causa di questa apparente discrepanza – hanno scoperto i ricercatori – sarebbe questa: nelle piante alpine, la ricchezza in specie è influenzata da condizioni ambientali locali, mentre la diversità genetica è determinata da processi che hanno condotto alla ricolonizzazione delle aree libere dai ghiacci dopo la fine dell’ultima glaciazione.
Queste scoperte sono particolarmente importanti per la conservazione della biodiversità nelle Alpi. Attualmente, le aree protette sono state create in aree in cui sono presenti specie rare o dove la diversità in ecosistemi, e quindi il numero di specie, sono particolarmente elevati. Questo, però, non garantisce sufficiente protezione a lungo termine per le piante alpine, poiché la loro diversità genetica è preservata solo parzialmente nelle attuali riserve naturali.
In futuro, quindi, sarà necessario complementare la aree protette esistenti aggiungendone altre caratterizzate da alti livelli di variabilità genetica. Inoltre si dovrà provvedere ad aumentare l’interconnettività tra le riserve naturali, per garantire lo scambio di geni tra popolazioni differenti di piante alpine e, quindi, assicurare il mantenimento a lungo termine anche della diversità genetica.

 

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