Piacenza

Molte creste, ma pochi barbieri: botteghe dimezzate in dieci anni

23 ottobre 2013

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Un’arte più che una professione. Quella del barbiere pare essere ormai un’attività riservata a pochi eletti e, soprattutto, destinata a scomparire e ad essere inghiottita dagli anonimi ed impersonali saloni unisex. Barba e capelli: un ritornello risuonato per decenni all’interno di botteghe che trasudano storia e profumi, e che oggi sembrano rappresentare gli ultimi appigli ad un’Italia che purtroppo non c’è più. È ora l’Italia delle creste, non più quella dei volti rasati in maniera inappuntabile e dai tagli classici che non pretendevano certo di donare personalità come quelli di coloro i quali, oggi, si omologano a mode discutibili ed imperanti. La bottega da barbiere, quella vera, nel frattempo sembra destinata a divenire una rarità: soltanto in città, sono rimasti poco più di una ventina gli “artisti” per soli uomini, a fronte degli oltre cinquanta della Piacenza di dieci-quindici anni fa.
“I giovani stanno scappando da questa professione – dice Maurizio Mosconi, un’istituzione in materia, segretario della scuola di acconciatura di Piacenza -: abbiamo quattro ragazzi iscritti al corso, ma i saloni ci stanno soppiantando. È un mestiere complicato, i ragazzi non sono attirati e i guadagni in ribasso, non aiutano”.
Esistono però le eccezioni, come Pierluigi Bozzi, con il suo negozio storico di via Conciliazione.
“Ho ereditato la passione da mio papà – dice con le forbici che, per non perdere il ritmo, lavorano anche lontano dal capo dell’ennesimo cliente di giornata -: confesso, è una professione faticosa che ti costringe a sacrifici enormi. Le soddisfazioni però, sono impagabili. Anche se in misura inferiore rispetto al passato, i clienti confidano al loro barbiere problemi e timori: pensiamo all’acconciatura, ma dobbiamo pure essere buoni psicologi”.

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