Sette parenti uccisi nelle foibe. La testimonianza del giornalista Tarticchio

11 Febbraio 2014

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“Erano le due di una notte del 1945, avevo nove anni quando 4 uomini di Tito entrarono in casa mia e presero mio padre, gli legarono il filo di ferro nelle mani e con il calcio del fucile lo fecero cadere dalle scale. Mi rifugiai tra le braccia di mia mamma che era disperata. Mio zio sacerdote fu lapidato due anni prima e poi venne gettato nelle foibe con una corona di ferro in testa. Altri 5 miei familiari hanno perso la vita così”. È vivo e straziante il ricordo di Pietro Tarticchio, giornalista e scrittore, presidente del centro di cultura giuliano-dalmata, invitato dalla Provincia per testimoniare il suo vissuto in occasione del giorno del Ricordo, istituito nel 2004 per non dimenticare le vittime delle foibe e dell’esodo dal confine orientale, una tragedia che ha coinvolto migliaia di italiani e che per anni é rimasta nell’oblio. Presenti in sala consiliare un centinaio di studenti delle scuole superiori. Tarticchio fu costretto a lasciare la sua terra, l’Istria nel 1947. “Tito voleva annettere le nostre terre ma non voleva gli italiani, le foibe erano la sua strategia del terrore” ha commentato Tarticchio. “Insegnanti e studenti hanno oggi un ruolo strategico e cruciale per il cammino futuro della memoria: a loro è affidato il difficile compito di tramandare un pezzo di storia, quello della tragedia delle foibe, che chiede di non essere dimenticato”. L’appello è stato lanciato – nella celebrazione del Giorno del ricordo – dal presidente della Provincia Massimo Trespidi.

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