Furto all’urna di Scalabrini: “Calice gettato dal finestrino”

08 Aprile 2014

La tomba profanata del Beato Scalabrini

“Ha estratto un sacchetto di plastica dallo zaino e l’ha gettato fuori dal finestrino dell’auto in corsa, solo dopo mi hanno riferito che all’interno era custodito un calice”: a parlare è uno dei due lombardi condannati a due anni di reclusione per aver preso parte al furto in Duomo avvenuto il 13 aprile dello scorso anno, quando dalla salma del beato Scalabrini furono trafugate quattro reliquie. La refurtiva, composta da un anello, un rosario in oro massiccio, un calice e una croce, non è mai stata ritrovata.

I due uomini, che stanno scontando la pena ai domiciliari, questa mattina sono comparsi in tribunale come testimoni, per la prima udienza del processo in contumacia che vede imputato un 31enne milanese, terza persona coinvolta nella razzia sacrilega.

Un teste si è avvalso della facoltà di non rispondere mentre il secondo testimone, di 37 anni, ha ripercorso i fatti davanti al giudice Giuseppe Bernardi Tibis: “Quella mattina ho accompagnato i due uomini a Piacenza, dove mi recavo per lavoro e li ho lasciati in centro storico – ha spiegato l’uomo -; ci siamo rivisti verso le 13.30 e nel viaggio di ritorno il 31enne ha tirato fuori una busta dallo zaino e l’ha buttata fuori dal finestrino, all’altezza di Pogliano Milanese”.

Il testimone, nonostante la condanna, si è sempre dichiarato estraneo al furto e oggi ha ribadito di aver saputo cos’era accaduto solo a cose fatte: “Mi hanno detto che nel sacchetto c’era un calice e che l’avevano gettato via perché non era di valore – ha proseguito -; io ero in rapporti di amicizia solo con uno di loro e giorni dopo mi ha spiegato che il complice si era fatto chiudere nella basilica, poi gli aveva aperto la porta e avevano forzato la teca di Scalabrini”. Il testimone ha aggiunto di essersi infuriato quando ha scoperto il furto: “Mi è capitato di sbagliare, ma non ho mai profanato nulla”.

La prossima udienza del processo si terrà il 13 maggio.

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