Tratta di immigrati con base a Piacenza, 52 indagati in tutta Italia

18 Giugno 2014

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Una maxi operazione condotta dalla squadra mobile di Piacenza ha individuato un’associazione a delinquere italo-pakistana, con base in città e attiva in tutta Italia. Cinquantadue le persone attualmente indagate, due gli uomini di origine pakistana, entrambi 35enni e operanti a Piacenza, finiti in carcere, oltre a un italiano residente a Potenza.
Gli agenti di polizia hanno posto sotto sequestro un bar di viale Sant’Ambrogio, intestato a uno dei due 35enni pakistani, ritenuto il boss del sodalizio malavitoso. Sempre in città si trovano altri 8 indagati.

“Good news”: era questo il modo con cui venivano avvisati “bisognosi” pakistani alla ricerca disperata di un permesso di soggiorno italiano dai capi dell’organizzazione dedita alla tratta degli immigrati, che è riuscita, attraverso il loro sfruttamento, a lucrare una somma che si aggira intorno ai 10 milioni d’euro.
Questa mattina, nelle province di Piacenza, Lodi, Brescia, Verona, Mantova, Prato, Rieti, Potenza e Foggia, investigatori della Squadra Mobile di Piacenza e del Servizio Centrale Operativo, in collaborazione con le Squadre Mobili cittadine, hanno eseguito 3 ordinanze di custodia cautelare in carcere e proceduto a 47 perquisizioni domiciliari con contestuali informazioni di garanzia, emesse dalla D.D.A. di Bologna.

Nei provvedimenti sono stati configurati, nei confronti degli indagati, a vario titolo, reati di associazione per delinquere, favoreggiamento dell’immigrazione e del soggiorno irregolari sul territorio nazionale, aggravati dal carattere transnazionale del sodalizio criminoso.
Le investigazioni, scattate nel 2010 e guidate dall’allora dirigente della mobile, Stefano Vernelli, hanno consentito di acquisire gravi elementi indiziari a carico di un sodalizio criminale composto da cittadini pakistani e italiani che, producendo documentazione di fittizi rapporti di lavoro in cambio di somme di denaro, ha favorito, tra il 2010 e il 2012, l’ingresso e il soggiorno irregolare sul territorio nazionale di circa 450 stranieri provenienti, prevalentemente, dal Pakistan.
Secondo gli investigatori, ognuno degli associati aveva un ruolo ben preciso:

-Un gruppo pakistano composto da procacciatori nella terra madre di nuovi bisognosi da reclutare a cui estorcere circa 13/18.000 euro per sviluppare le pratiche dirette al raggiungimento del permesso di soggiorno;

-Un gruppo (nella zona di Potenza) di datori di lavoro italiani compiacenti che, dietro lauto compenso, firmavano richieste di assunzione senza alcun seguito per garantire il Nulla Osta al rilascio del permesso di soggiorno;

-Intermediari italiani con il compito di rintracciare gli imprenditori compiacenti;

-Funzionario italiano (residente a Rieti) dell’ambasciata in Pakistan (Islamabad) che dietro pagamento in denaro (almeno una volta consegnato direttamente alla moglie, anche lei indagata) con il ruolo di predisporre parte della menzionata documentazione, al fine di consentire agli stranieri di ottenere il visto d’ingresso in Italia;

– Intermediatori che si occupavano di trasferire la grossa mole di denaro attraverso il così detto metodo Hawala, incentrato sulla “parola” delle parti interessate.

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