Africa Mission

Verso Kampala tra pomodori e novel food: il diario di Betty Paraboschi

28 novembre 2019

Ultimi giorni di viaggio per operatori e volontari di Africa Mission partiti sabato 16 novembre per l’Uganda in missione benefica. Con loro, anche alcuni studiosi dell’università Cattolica di Piacenza. Lo scopo del viaggio è quello di supervisionare i numerosi progetti che l’associazione sta portando avanti in Karamoja, ma anche celebrare il venticinquesimo anniversario della morte di don Vittorio Pastori, che nel 1972 fondò il movimento Africa Mission nella città di Piacenza.
Della comitiva fa parte anche la giornalista di Libertà Betty Paraboschi che dall’Uganda sta scrivendo un diario di viaggio.

25 novembre – Fra un mese esatto è Natale. Me ne accorgo nonostante i 28 gradi segnati dal termometro, le rose fiorite e l’albero coi manghi che stanno maturando nel giardino che ho davanti e attorno al quale si sviluppa il centro di Africa Mission Cooperazione e Sviluppo. Me ne accorgo mentre stamattina Mimì, volontario storico dell’associazione che nonostante i suoi 83 anni scende inarrestabile da Procida quasi ogni anno, mi porge un paio di caramelle Rossana da succhiare durante il viaggio verso Kobulin: davanti ho il monte Tororo o quel poco che si intravede una volta superata la savana impastata di fango. A Kobulin l’associazione ha un centro di formazione dove i ragazzi di strada imparano a fare i carpentieri, i cuochi e gli agricoltori: mentre li fotografo, intenti a impastare frittelle e ciambelle che poi ci faranno assaggiare, penso che non siano poi così diversi dai loro “colleghi” del nostro campus Raineri Marcora. Semplicemente davvero la fortuna è solo una questione di geografia. Quella di oggi è una giornata di saluti: salutiamo don Maurizio Noberini, Marisa Savi e il giornalista Paolo Alfieri che ripartono per Kampala e poi per l’Italia. E poi salutiamo anche Prospero Cravedi, il “dear friend of Africa Mission and the karimojon people”. Nella scuola delle suore di madre Teresa dove quasi tre anni fa gli è stato intitolato un pozzo, ci scopriamo a commuoverci davanti alla piccola targa che lo ricorda: un maestro chiede se vogliamo dire una preghiera. Non capiamo le sue parole, ma le intuiamo mentre i bambini ci guardano meravigliati. Domani ci attendono undici ore di viaggio e noi ci siamo ritagliati il giusto tempo per chi è qui e per chi è da qualche parte, anche se non lo vediamo.

26 novembre – Che nel raggio di una manciata di metri potessero esserci una distesa di piante di basilico, un campo di pomodori e una porcilaia con decine di maiali dentro ce lo saremmo aspettati nella (rossa) Emilia. Ma qui siamo nel cuore dell’Africa che rossa lo è per la terra che si appiccica alle scarpe e ai vestiti anche mentre stai fermo. Ad Alito, cinque ore da Moroto e circa sei da Kampala, eravamo passati qualche giorno fa, accolti con una grande e chiassosissima festa dall’ottantina di studenti della bella scuola di Agribusiness gestita da Africa Mission Cooperazione e Sviluppo. Ci siamo tornati oggi, almeno una parte di noi, per accompagnare i docenti Giuseppe Bertoni e Vincenzo Tabaglio e il ricercatore Andrea Minardi dell’università Cattolica di Piacenza scesi per monitorare il proseguo del progetto di formazione di agricoltori e allevatori attivato fra l’associazione di don Vittorio e l’ateneo cittadino. Se è vero che, come dice Borges, non c’è giorno che controluce non riveli una rete di minime sorprese, ad Alito noi abbiamo trovato un piccolo pezzo di casa. E non è solo per i pomodori, il basilico e i maiali che ci suggeriscono pianure padane e villeggiature liguri: troviamo fiori di zucca e sesamo messo a seccare, sacchi pieni di chia (sì, esattamente quella che noi mettiamo la mattina nello yogurt o nel kefir), galline, conigli, tacchini, anatre. Troviamo, ed è una delle cose più belle, una gran classe di studenti del training center intenta a far lezione all’aperto. Troviamo un piatto di risotto che qui è una gran sorpresa e una caffettiera sul fuoco con cui un trentino e un udinese trapiantato a Milano, che sono rispettivamente il coordinatore del progetto Pietro Scartezzini e il suo collega Norberto Lesi, ci accolgono insieme a un mucchio di chiacchiere e a un pacchetto di galatine. Ci ricarichiamo come i pannelli solari che si vedono sparsi tra la polvere nei villaggi e siamo pronti a ripartire: un’altra casa ci aspetta ed è quella di Kampala.

27 novembre – Prima si strappano le zampe e la coda. Solo così le cavallette non possono più saltare e finiscono dritte dritte nella padella di olio rovente. In una delle baraccopoli di Kampala dove oltre un milione e mezzo di ugandesi vive il suo inferno quotidiano, in queste mattine di novembre donne e bambini sono impegnati a “sezionare” accuratamente le cavallette che vengono poi fritte, salate e vendute per pochi scellini ai semafori della città. Il nostro “driver” Assan ci conduce lì, nello slum dove Africa Mission Cooperazione e Sviluppo ha creato una scuola: dietro c’è il sogno di un maestro, Bosco Lusagala, che oggi ha 39 anni e insegna, insieme ad altri colleghi, a 735 bambini di strada. Prima di essere insegnante anche Bosco ha vissuto nelle baraccopoli: è un ex profugo del Ruanda, arrivato a Kampala nel 1994 per salvarsi dal genocidio che gli ha ucciso il padre e la sorella. È qui che incontra un missionario comboniano, padre Valente, che gli salva la vita e anche il futuro; è qui che entra in contatto con Africa Mission una prima volta. La seconda è qualche anno più tardi quando decide di aprire una scuola per ragazzi di strada: è il 2006 e di alunni se ne contano 140. Da allora di anni ne sono passati e oggi la classe in cui ci accoglie, vuota perché qui sono iniziate le vacanze di Natale, raduna abitualmente 106 ragazzi. Ed è una delle tante della struttura piena di colori e di disegni in cui campeggiano i volti di padre Valente e di don Vittorio
“I ragazzi frequentano volentieri – ci spiega – perché per loro la scuola è un modo per non stare in strada, per avere qualcosa da mangiare, per sentirsi al sicuro”. Per non finire come quelle cavallette, senza la speranza di potere prima o poi saltar via dalle baracche in cui sono nati.

 

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