Giro di vite per le feste, Lertora di Fipe: “Adesso basta, lasciateci lavorare”

16 Dicembre 2020

Le paventate nuove restrizioni spaventano il settore degli esercizi pubblici e della ristorazione. “Da ottobre siamo sottoposti ad uno stillicidio di provvedimenti nazionali e regionali – sottolinea Cristian Lertora, presidente della FIPE di Piacenza – che non riusciamo più a seguire. Prima chiusura alle 24, anzi no alle 23, ancora no alle 22 e poi alle 18 e infine chiusura totale, ma solo nelle zone rosse e arancioni, dove opera tuttavia l’80 percento delle nostre imprese con circa 900mila addetti. Adesso basta”.

“Come se non bastasse – prosegue Lertora – ora arrivano le indiscrezioni sulle chiusure nei giorni di Natale e di S.Stefano. Una misura che fatichiamo a non definire illogica. Per noi la salute pubblica è al primo posto, ma siamo pronti a fare di più, garantendo un maggiore distanziamento dei tavoli e concedendo a Natale e nel periodo festivo, l’accesso ai ristoranti solo su prenotazione, dando così una mano sulla raccolta dei dati e rendendo più semplice ed efficace il tracciamento. In cambio chiediamo al governo di lasciarci lavorare, le nostre imprese non si possono spegnere dall’oggi al domani, come se fossero automobili: molti locali hanno già iniziato ad acquistare le merci per le feste e organizzato il personale. Chi li risarcirà in caso di chiusura?”.

Lertora prosegue: “La politica in questi nove mesi ha sempre sostenuto, ad ogni livello, che fosse necessario il massimo dell’equilibrio tra la tutela della salute e la salvaguardia dell’economia. A dispetto di questo principio, il settore della ristorazione, che occupa oltre un milione e trecentomila persone, è stato il primo ad essere chiuso e l’ultimo ad essere aperto durante il primo lockdown di marzo. Settantotto giorni di chiusura in cui le nostre imprese hanno tenuto giù le serrande, impedite a servire anche un solo cliente. Un fatto che ha messo a terra tutte le nostre aziende. Con senso di responsabilità, ci siamo preparati a riaprire adottando i rigorosi adempimenti previsti dai protocolli sanitari messi a punto dal CTS (Comitato Tecnico Scientifico) e dall’INAIL: distanzia mento dei tavoli, registrazione delle prenotazioni, mascherine, gel igienizzanti, menu digitali, plastificati o monouso, cartelli informativi in ogni angolo dei locali, prodotti monodose. Abbiamo anche investito sui dehors esterni, consapevoli del fatto che all’aria aperta i clienti si sentivano più sicuri e tranquilli. Fa rabbia la pretestuosa distinzione tra attività economiche essenziali e non essenziali: tutte le attività economiche sono essenziali quando producono ricchezza, occupazione, servizi. E tutte le attività sono sicure se garantiscono le giuste regole e attuano i protocolli sanitari loro assegnati.

Anche il presidente dell’Unione Commercianti di Piacenza, Raffaele Chiappa parla di danni economici ingenti: “Stare chiusi a dicembre – spiega – costa al settore ulteriori 6 miliardi di euro, che si aggiungono ai 27 miliardi già persi. I ristori erogati sono purtroppo inadeguati e insufficienti a compensare danni così rilevanti ed è, quindi, urgente e vitale intervenire rafforzandoli, se si vuole evitare la chiusura di oltre 60.000 imprese e la perdita di 300.000 posti di lavoro, oltre che la dispersione di professionalità, fondamentali per due filiere strategiche per il Paese: Agroalimentare e Turismo”.

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