Gian Guido, 19 anni: “Non dimenticherò mai quel malato di Covid che mi chiese di fargli una promessa”

02 Febbraio 2021

Con la pandemia da Coronavirus si è affermata ancora di più l’importanza del volontariato e della presenza delle Pubbliche Assistenze sul territorio. Realtà che hanno bisogno anche di nuove leve. Quale miglior modo per avvicinare i giovani attraverso le testimonianze di altri ragazzi che hanno deciso di dedicare un pò del loro tempo agli altri? La Pubblica Assistenza Croce Bianca di Piacenza ha deciso di dar voce a uno dei più giovani volontari: il 19enne Gian Guido Pighi. “La mia esperienza all’interno dell’associazione è iniziata con la partecipazione al corso alla cittadinanza 2019, proposto dalla Croce Bianca con cadenza annuale – spiega in una lettera – curiosità, voglia di migliorarmi facendo qualcosa di utile per me stesso e per gli altri, e un fremito di portare a termine questo percorso sono solamente tre delle sensazioni che mi hanno accompagnato fin da subito nella nuova avventura concretamente iniziata però al compimento dei miei 18 anni a novembre. Il giorno dopo il mio compleanno salgo per la prima volta in ambulanza con un pizzico di incertezza e titubanza: era un mondo tutto nuovo per me. Io e il mio capo-equipaggio iniziamo subito il check sanitario del mezzo e ne approfitto per fargli alcune domande inerenti ad alcuni strumenti all’interno del vano sanitario, e ad alcuni aspetti legati agli interventi. Ad un certo punto lo squillo del telefono del 118 squarcia quel clima relativamente tranquillo. Di primo impatto, quando ho sentito quell’inconfondibile suono, due erano le sensazioni principali presenti in me: il timore e allo stesso tempo la curiosità del primo intervento d’emergenza e il cuore in gola dato dal pizzico di normale agitazione che mi ha assalito in quell’istante. Il pomeriggio proseguiva nel medesimo modo, tra un’emergenza e l’altra. Alle 16.30 di quel pomeriggio è salito un altro soccorritore il quale non esitava a spendere parole di conforto per tranquillizzare quell’agitazione che ormai mi portavo dietro dall’inizio del turno, legata “all’incognita del prossimo intervento. A fine turno ero un concentrato di felicità, stupore per aver portato a termine il mio primo turno in emergenza e voglia di rifarlo. Passa qualche mese e si susseguono i turni, e come essi anche le emozioni e le “ricompense morali”. Dopo aver fatto qualche turno in più ho avuto modo di apprendere il reale ed impagabile valore di un semplice “Grazie per quello che fate”.

Poi è arrivata l’epidemia con tutta la sua forza: “Il passaggio di qualifica mi ha permesso poi durante l’emergenza Covid di poter salire sui mezzi di emergenza dedicati come soccorritore, ed è forse stata questa l’esperienza che più di tutte mi ha segnato particolarmente e che secondo me mi ha impresso qualcosa in modo indelebile. Mi ricorderò sempre poi di quel servizio assegnatoci dalla centrale 118 di Parma di un signore con la febbre e la tosse, con saturazione molto bassa. È impresso dentro me lo sguardo e le espressioni dei parenti sia mentre lo attaccavamo all’ossigeno sia quando lo stavamo caricando per portarlo in più in fretta possibile verso il Pronto soccorso: è stata dura, molto dura. Non è stata l’unica cosa che mi ha colpito però. C’è stato infatti anche un momento durante il trasporto in cui questo signore visibilmente affaticato cercasse di raccogliere tutte le forze per dire due semplici cose alimentate forse da una paura di base: “Promettetemi che ne uscirò vivo” riferendosi al Pronto soccorso e “Grazie per quello che fate”. Non aggiunse altro, se non prendermi la mano e stringerla con tutte le sue forze e guardarmi dritto negli occhi accennando un sorriso. È qui che capisci che hai accantonato inconsapevolmente le sofferenze legate al caldo estremo dentro alla tuta e al sudore a fiumi per accogliere, con un pò di empatia, il dolore del paziente e dei famigliari. È qui che il dolore altrui diventa anche un po’ tuo, ti ci immedesimi”.

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