Gli operatori Oss: “Difficile essere il collegamento tra malati e famigliari”

21 Febbraio 2021

“La cosa più dura è stata vedere i famigliari dei pazienti che, non potendo entrare a visitare di persona i propri cari, si sporgevano dall’oblò nella speranza di scorgerli attraverso il vetro”.

Immagini che difficilmente Carla Sforza Visconti, operatrice socio-sanitaria nel reparto di geriatria dell’ospedale di Fiorenzuola, riuscirà a cancellare dalla sua mente. Anche perché, come lei stessa ammette, “il Covid c’è ancora e i reparti stanno tornando a riempirsi”.

Quando è scoppiato il Covid, Carla era in appoggio al reparto di geriatria dell’ospedale di Piacenza. Non appena si è capito che non sarebbe stata un’influenza passeggera è stata subito trasferita a Fiorenzuola, sua collocazione originaria.

“Lì, io e le mie colleghe abbiamo vissuto il primo grande impatto con il virus, che fino a quel momento era sembrato davvero lontanissimo. E’ stato tremendo. Inizialmente nessuno sapeva bene come comportarsi: ricordo che i primi giorni, dato che ancora si conosceva poco il ‘nemico comune’, i dispositivi di protezione individuale, come mascherine, guanti e visiere, scarseggiavano, e per noi affrontare tutto questo è stato come scalare una montagna senza la dovuta attrezzatura. Basti pensare che ho scoperto di aver passato il Covid solo nelle settimane seguenti, quando il test sierologico mi ha fatto capire di essere stata positiva”.

Le oss, il cui compito principale è soddisfare i bisogni primari del paziente ricoverato, supportandolo con empatia nelle sue attività, hanno assunto da subito un ruolo fondamentale in questa emergenza. Le difficoltà, però, erano e sono enormi. “Non è stato facile farsi carico del nostro lavoro – prosegue Carla -. Dobbiamo infatti stare vicino ai pazienti Covid, ma allo stesso tempo stare attenti a non rimanere per troppo tempo nelle loro stanze, mantenendo sempre una certa distanza per non propagare il virus”.

Difficile anche farsi carico dei famigliari: “Nei mesi più duri, e ancora adesso, le visite ai pazienti non erano e non sono consentite. All’epoca, oltre che spaventati, figli, nipoti e, nei casi dei pazienti più giovani, anche i genitori, erano distrutti dall’idea che i loro cari fossero chiusi in un ospedale e alle prese con una malattia tremenda. Molti di loro venivano alla porta, consegnavano gli indumenti e poi se ne andavano senza essere riusciti a rivolgere loro anche solo uno sguardo. Fortunatamente è arrivato il tablet, che attraverso le videochiamate ha accorciato queste distanze”.

Nonostante ora il “nemico pubblico numero 1” abbia un volto e delle fattezze, Carla continua a mettere in guardia: “Questo virus è ancora tra noi. Certo, lo conosciamo un po’ di più ma temo che continui nella sua folle corsa ancora per un po’. Al momento, nonostante i numeri della scorsa primavera siano lontani, in reparto non siamo ancora riusciti a toglierci questa tuta maledetta”.

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