La neo-infermiera Chiara, passata dai libri alla prima linea contro il Covid in soli tre mesi

21 Febbraio 2021

Per molte persone i suoi occhi verdi sono stati l’ultima cosa che hanno visto prima del grande buio, due fari di speranza che nonostante la drammaticità di quei giorni hanno continuato a brillare dietro la visiera protettiva. Ad appena 23 anni e con una laurea in Infermieristica ottenuta solamente tre mesi prima, la piacentina Chiara Buraschi – allo scoppio della pandemia la scorsa primavera – è stata subito inviata in corsia a Castel San Giovanni, primo ospedale Covid dedicato in Italia.

Qui ha dovuto presto fare i conti con una realtà ben diversa da quella spiegata nei libri, fatta di ansie, paure, solitudine e soprattutto a stretto contatto con la morte, tutti i giorni.

“All’inizio è stato traumatico – ammette. – Magari parlavo con un paziente che fino a quel momento stava bene e pochi minuti dopo trovavo il suo letto vuoto, segno che era appena stato trasportato in rianimazione. Vedevo il virus muoversi ad una velocità impressionante, ho passato intere giornate a non parlare con nessuno e a non accendere neanche la televisione, per non sentire le notizie che quotidianamente vedevo passare sotto i miei occhi”.

E poi cos’è accaduto? “Da neolaureata mi sono “aggrappata” alle colleghe e ai colleghi più esperti e piano piano sono entrata in quella che è presto diventata la mia nuova realtà, nella quale non c’era solo dolore ma anche tanta umanità. Un episodio che non dimenticherò mai è quando un paziente mi ha domandato come stavo e se ero stanca. Persone che avevano bisogno ma che non pretendevano nulla, chiedendo sempre con cortesia e gentilezza perché capivano l’emergenza e spesso erano loro ad aiutare noi. Là dentro ci si sente tutti nella stessa barca, pazienti e operatori sanitari. All’epoca nessuno sapeva bene cosa fare, solo che bisognava collaborare”.

Cosa ti rimane di quei mesi? “Nonostante sia stato un periodo difficile lo reputo un’opportunità grandissima, dal punto di vista professionale e umano. Per me è stato un regalo, soprattutto per i tanti incontri che ho fatto. Spesso i pazienti che curavo mi raccontavano la loro vita, il loro passato, le loro paure. Testimonianze di persone che non ci sono più, che non so che fine hanno fatto, o anche che sono riuscite a guarire: le porto tutte nel cuore e con me rimarranno per sempre”.

Cosa ti senti di dire ai tuoi coetanei? “Ai giovani dico di stare attenti, soprattutto nel rispetto delle persone più a rischio come nonni, anziani e genitori. Però sono dell’idea che con questo virus ci si debba convivere ancora per un po’ di tempo, quindi credo che sia comunque importante tornare a vivere”.

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