Parkour Piacenza, sono 10 anni: “Filosofia di vita, serve studio e consapevolezza”

03 Marzo 2021

L’associazione Parkour Piacenza ha soffiato su 10 candeline. Due lustri sono trascorsi anche per i ragazzi che l’avevano fondata. Adesso i “traceurs” hanno trent’anni. Uno sta per sposarsi, l’altro è diventato ragioniere e intanto studia sceneggiatura in accademia. Uno è diventato allenatore, l’altro fisioterapista. Eppure non smettono di saltare tra i muri, scalare, salire, atterrare. Se la passione è la stessa degli scavezzacollo di allora (“eravamo tutti un po’ borderline, ragazzi a rischio: il parkour ci ha salvati”) adesso il pensiero è quello di uomini ormai maturi, desiderosi di tornare a dare qualcosa (anche) alla comunità piacentina.

L’associazione – 20 praticanti dai 18 ai 32 anni, più molti “ex” ed “occasionali” fortemente legati al gruppo – è nata nel 2010/2011. Tra i fondatori, Roberto “Bubu” Iamundo, Davide “Kazy” Manzella, Alex “Opa” Opizzi, Pietro “Pit” Marzaroli, Alessandro “Witty” Cavalli e Massimo “Koi” Barani, che abbiamo incontrato. Il parkour, più che uno sport, è definito “arte dello spostamento” e si fonda su solide basi filosofiche e di pensiero. “Ma i primi allenamenti risalgono al 2008 – raccontano – e non lo avevamo ben chiaro; siamo stati tra i pionieri in Italia”. Mai una frattura; com’è possibile? “Non solo per sana paura e istinto di autoconservazione: immediatamente prendemmo contatto con gli esperti della generazione precedente. Avere buoni maestri è stato essenziale per imparare da subito a non fare i “fighi” per magari spappolarci, ma assumere disciplina, rigore, allenamenti ferrei. Il parkour è miglioramento quotidiano, non autodistruzione. Arrivare a fare le cose perché sai farle davvero, bene, in sicurezza. Non ricercare un’emozione o dimostrare qualcosa. Fare migliaia di salti piccoli prima di uno grande”.

Una filosofia di vita. Un percorso in cui si impara a non agire sulla spinta dell’adrenalina ma dello studio e della consapevolezza. “Negli anni ci siamo inseriti nel tessuto sociale ogni volta che ce ne è stata data la possibilità, tra eventi, mostre, lezioni nei licei di città e provincia. Anche sul rispetto dei luoghi, urbani e naturali; non deturpiamo, rompiamo né sfondiamo porte. Sappiamo di avere un ascendente, sentiamo una certa responsabilità: possiamo diventare un punto di riferimento per i giovani e contribuire ad arginare tanti fenomeni negativi che attraversano la loro generazione”.

Proprio Covid, restrizioni e conseguenze psicologico-sociali hanno spinto Parkour Piacenza a rinserrare le fila, a riaccendere a pieno regime incontri e allenamenti, piuttosto anche via webcam da casa, dal cortile o dal garage, per farsi trovare pronti alla stagione delle riaperture. “Il parkour è in antitesi al “tutto e subito” contemporaneo e ora che questa bolla si è rotta sentiamo di poter dare qualcosa”. Ad ora si nota un ritorno sensibile ai “social” ma anche la creazione di una serie podcast divulgativa da ascoltare su Spreaker, Spotify e così via: “Tra salti e avventure della PkPc”. Un buon viatico ad un mondo interessantissimo e profondo, a patto di voler squarciare il velo della spettacolarità.

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