Beni sottratti all’azienda fatta fallire: 11 indagati, sequestrati 13 milioni

08 Aprile 2021

Undici indagati e sequestri di conti correnti, beni e aziende per 13 milioni di euro. Le ipotesi di reato sono, a vario titolo, bancarotta fraudolenta per distrazione aggravata, appropriazione indebita aggravata, riciclaggio, auto-riciclaggio, trasferimento fraudolento di valori e favoreggiamento personale.
Questo il bilancio dell’operazione “Gold digger”, coordinata dal pubblico ministero Matteo Centini e messa a segno dalla guardia di finanza di Piacenza.

Un lavoro complesso, partito dal fallimento di un’importate società che realizzava strutture metalliche. Secondo le Fiamme gialle, gli amministratori avevano effettuato dolosamente operazioni che ne avevano provocato il collasso, con la sottrazione di beni attraverso una società apparentemente estranea alla prima.
Non solo, tra il 2007 e il 2010 erano state usate fatture false per sottrarre al Fisco 6,5 milioni di euro e proprio per evitare che queste somme venissero recuperate fu avviata la messa in liquidazione. Clienti e tecniche produttive dell’azienda fallita erano stati però indirizzati in una nuova azienda nata appositamente, in cui confluirono anche dipendenti specializzati, beni strumentali e competenze. Unica differenza, il legale rappresentante, il quale però era un parente stretto degli amministratori.
Secondo le indagini, tale meccanismo era consistito nella vendita da parte della società fallita a quella neonata dei macchinari. Il titolare della prima, stando agli inquirenti, inscenò una lite con la figlia e la nuova società, firmando un accordo capestro (ma concordato) per l’affitto della sede. In realtà, pur figurando come collaboratore esterno, continuava a comandare. Appurato ciò, i finanzieri hanno approfondito ulteriormente le indagini, scoprendo che il denaro sottratto alle casse della società fallita era in parte stato destinato all’acquisto di un immobile di pregio sulla Riviera ligure, con tanto di accesso privato alla spiaggia, del valore di 2,6 milioni di euro. Il tutto, grazie anche a una società costituita ad hoc e mediante l’interposizione di una fiduciaria nonché il coinvolgimento di un noto commercialista piacentino.
Una volta dichiarato il fallimento, gli indagati avevano anche tentato di accedere al concordato preventivo utilizzando lo strumento della “pacificazione fiscale”, con il pagamento di 2 milioni 357mila euro spalmati in 20 rate. I soldi, però, provenivano dal conto della nuova società, fatti prima transitare sul conto di un professionista per occultarne la provenienza.
Il giudice per le indagini preliminari di Piacenza ha disposto il sequestro preventivo del 100% delle quote delle due società (nominando altrettanti amministratori giudiziari), dei beni mobili e immobili nelle loro disponibilità (tra cui la villa al mare e lo stabilimento aziendale) e dei conti correnti aziendali di tre indagati.

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