“Un anno pesante, ma alla Pellegrina ospiti con Hiv pronti alla paura di un virus”

01 Giugno 2021

Federica, una delle persone accolte con Hiv o Aids, si concede un sorriso: “È stata dura, ci sentivamo imprigionati. Ma adesso, finalmente, rivediamo la luce”. Più di un anno dopo, la casa “Don Venturini” di Piacenza – conosciuta come “La Pellegrina” – torna ad aprirsi al mondo esterno.

Lo ha fatto nei giorni scorsi, nella festa per il 28esimo anniversario della fondazione, con la messa presieduta dal vescovo Adriano Cevolotto e una cena tra amici della struttura, inaugurata nel 1993 per offrire sostegno e assistenza socio-sanitaria ai pazienti sieropositivi.

In ventotto anni di storia, la “Pellegrina” si è trasformata: dallo stigma sociale e il contagio silenzioso di Hiv all’assenza di cure efficaci contro l’Aids, fino all’avvento della terapia farmacologica. E gli ultimi mesi segnati dal Covid, di certo, sono stati complicati. “Dalla scorsa primavera ad oggi, nella nostra casa accoglienza gestita dall’associazione La Ricerca – spiega la responsabile Francesca Sali – ci sono stati quattro o cinque casi di Coronavirus. La chiusura imposta dalla pandemia per tutelare le fragilità degli ospiti, purtroppo, ha avuto un impatto potente, tra silenzi e mancanze. La Pellegrina è abituata ad aprirsi al territorio, ma all’improvviso ha dovuto rinunciare alle relazioni esterne. È stato un anno di grande fatica, ma anche di altrettanta speranza: i ruoli, a volte, si sono invertiti. Gli operatori e gli ospiti si sono curati a vicenda. Paradossalmente le persone con Aids, avendo già vissuto la dimensione del contagio e della paura per un virus, ci hanno insegnato a vivere la pandemia. Sono state più pronte ad affrontare questa situazione, perché in fondo tra il Covid e l’Hiv esistono alcuni parallelismi, pur non essendoci un fattore di stigma. Adesso siamo pronti a ripartire”.

IL MESSAGGIO DEL VESCOVO – Durante la messa, il vescovo Cevolotto ha parlato di incontro come momento fondamentale per la crescita spirituale di ogni essere umano, “perché è nella relazione che emerge con più chiarezza quel che abbiamo dentro di noi, la promessa di vita che è in ciascuno di noi qualunque sia la nostra condizione”. Al suo fianco don Franco Capelli e il direttore della Caritas diocesana Mario Idda.

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