Messa di ringraziamento per santo Scalabrini, il vescovo: “Luce nell’anno giubilare”

23 Ottobre 2022

Il maestro Federico Perotti pigia sui pedali dell’antico organo della Cattedrale mentre per tutte le navate risuona il Kyrie eleison. “È un momento bello quello che stiamo vivendo” ha appena detto il vescovo della diocesi di Piacenza e Bobbio Adriano Cevolotto: è lui a presiedere la messa di ringraziamento per la canonizzazione di monsignor Giovanni Battista Scalabrini avvenuta a Roma lo scorso 9 ottobre con papa Francesco. Insieme a lui anche i suoi predecessori, monsignor Gianni Ambrosio e monsignor Luciano Monari, i sacerdoti della diocesi, ma anche i responsabili delle realtà fondate da Scalabrini.

“Un anno fa, quando abbiamo iniziato le celebrazioni per i 900 anni della costruzione della Cattedrale, non avremmo pensato che la conclusione di questo anno giubilare sarebbe stata illuminata dalla canonizzazione del vescovo Scalabrini – sottolinea monsignor Cevolotto – siamo qui oggi in tanti: una bella e – aggiungo io – saporita macedonia, come ci aveva definito papa Francesco. La nostra cattedrale è il luogo più adatto per accoglierci oggi perché il vescovo Scalabrini è parte di questo spazio ecclesiale: non solo perché qui sono conservate le sue spoglie, ma anche perché la cattedrale è stata una delle preoccupazioni del suo impegno pastorale e lui si è adoperato per il restauro di questo edificio”.

IL COMUNICATO DELLA CURIA: “La missione è qui”: è la convinzione espressa dal vescovo mons. Adriano Cevolotto in Cattedrale nel pomeriggio del 23 ottobre alla messa di ringraziamento per la recente canonizzazione di mons. Giovanni Battista Scalabrini, alla guida della diocesi piacentina dal 1876 al 1905.

Erano presenti numerose autorità insieme ai responsabili delle congregazioni religiose fondate da Scalabrini a fine ’800, padre Leonir Mario Chiarello per i Missionari di San Carlo e suor Neusa de Fatima Mariano per le Missionarie di San Carlo, e a una delegazione delle Missionarie Secolari Scalabriniane guidata da Monica Martinelli, docente di sociologia all’Università Cattolica.

La celebrazione, che ha visto anche la presenza dei vescovi emeriti di Piacenza-Bobbio mons. Luciano Monari e mons. Gianni Ambrosio, ha coinciso con la Giornata missionaria mondiale e la conclusione del nono centenario della costruzione della Cattedrale.

Nella sua omelia il Vescovo ha sottolineato alcuni tratti del carisma di Scalabrini legandoli al cammino della Chiesa e della società dei nostri giorni.

In primo luogo, l’assemblea formata da più etnie: “siamo una bella macedonia”, ha detto citando le parole di papa Francesco a Roma nell’udienza ai partecipanti alla canonizzazione di Scalabrini il 10 ottobre. Nella messa, per sottolineare questo particolare, le letture e i canti sono stati anche in inglese e spagnolo.

In secondo luogo, l’impegno di Scalabrini alla conservazione e al restauro del Duomo quasi a mettere in pratica le parole rivolte da Gesù a San Francesco d’Assisi a San Damiano: “Va’ e ripara la mia chiesa”. Un mandato – ha precisato mons. Cevolotto – solo all’apparenza edile. L’obiettivo era restituire alla Chiesa fatta di persone la sua “bellezza originaria”, cioè l’essere volto di Cristo.

Terzo, l’orizzonte missionario. Scalabrini da giovane sacerdote sarebbe voluto partire missionario per l’Oriente. Di fronte al no del Vescovo a questo suo desiderio, non si è perso d’animo ma ha fatto della sua vita, nei tanti ambiti in cui si è coinvolto, dal catechismo ai migranti alle tante situazioni di povertà, una missione.

Parecchie decine di anni prima del Concilio Vaticano II, che si è aperto nel 1962, ha intuito che è tutta la Chiesa a essere missionaria, che tutti i cristiani, se fanno l’esperienza dell’amore di Dio nella loro vita, sono missionari, cioè testimoni di ciò che hanno incontrato.

Quarto, il suo impegno tra i migranti. Aveva capito – ha proseguito mons. Cevolotto – che senza il Vangelo e il legame con le tradizioni della propria patria si sarebbero smarriti nei Paesi che li avevano accolti. Senza il Vangelo, con tutta la sua forza “politica” in grado di cambiare la società, l’uomo e la donna diventano più poveri, smarriscono il loro orizzonte.

La luce del Vangelo aiutò Scalabrini a capire che dietro al fenomeno migratorio c’è un piano di Dio per favorire l’unità del genere umano: “l’unione in Dio per Gesù Cristo di tutti gli uomini di buon volere” (Discorso tenuto a New York nel 1901).

Oggi – ha aggiunto il Vescovo – si può essere migranti perché ci si sposta fisicamente in un altro Stato, ma anche migranti nelle terre nuove delle sfide del nostro tempo e nelle strade aperte dalle nuove tecnologie. Scalabrini si rese conto che occorreva “evangelizzare il progresso”, cioè non smarrire la radice del Vangelo per orientarsi nella storia. Solo così si può – secondo una famosa

espressione di Scalabrini – “uscire dal tempio, ma dopo aver attinto dalla pietà e dalla preghiera lume e conforto”.

La nostra forza – ha concluso il Vescovo commentando la parabola evangelica del fariseo e del pubblicano – è la preghiera. Non possiamo restare schiacciati dalla presunzione di essere già perfetti, avendo nel cuore un grande giudizio sugli altri. Tutti siamo fragili e insieme possiamo camminare con Dio consapevoli del nostro bisogno di essere amati e salvati.

La messa si è aperta con il saluto del vicario generale don Giuseppe Basini. Al termine hanno espresso il proprio grazie la superiora provinciale delle Missionarie di San Carlo suor Milva Caro e il superiore generale dei Missionari di San Carlo padre Chiarello. L’applauso finale è stato indirizzato a padre Sisto Caccia, non presente alla celebrazione, oggi 91enne, superiore generale degli Scalabriniani dal 1980 al 1992.

Il coro è stato diretto da Alessandro Molinari; all’organo, il maestro Federico Perotti. Ha coordinato la liturgia Dario Carini, responsabile delle celebrazioni liturgiche episcopali. Al termine della messa, si è svolto nel cortile del Palazzo vescovile un momento di festa grazie ai volontari dell’associazione Priscilla.

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