“Così la medicina svantaggia le donne. E tra le immigrate abusi e mutilazioni genitali”

03 Dicembre 2022


“Certi controlli medici non hanno lo stesso valore per gli uomini come per le donne, ad esempio lo screening per il tumore al colon che utilizza marcatori più sensibili per il genere maschile. Ma l’analisi può essere anche rovesciata, pensando all’esame dell’HPIV somministrato perlopiù alle donne e raramente agli uomini”. E’ l’esempio concreto che la ginecologa Valeria Cerri ha portato nel convegno “La violenza nella medicina di genere” che si è svolto oggi nel campus di Credit Agricole in via San Bartolomeo a Piacenza.

Tra i relatori, presenti anche la responsabile della medicina delle migrazioni dell’Ausl Alessandra Donisi e l’infettivologo Marzio Sisti, con l’introduzione della presidente del centro antiviolenza “La città delle donne” Donatella Scardi e la moderazione del direttore di Telelibertà Nicoletta Bracchi. Secondo i promotori dell’iniziativa, “la medicina nasce in modo androcentrico, cioè con l’uomo al centro. Solo negli anni Ottanta viene condivisa la consapevolezza che le donne non ricevono cure adeguate alle proprie caratteristiche”. Da qui – all’inizio del Duemila – si afferma la cosiddetta “medicina di genere” con l’obiettivo di comprendere le differenze di sesso nel decorso di molte malattie.

Quello della medicina di genere è un punto d’osservazione ampio, che tocca anche le malattie sessualmente trasmissibili: “Il contagio – ha chiarito Sisti – è un atto di violenza nel caso in cui un partner, spesso l’uomo, non comunichi di avere un’infezione o non mette in atto gli adeguati meccanismi di protezione”. La violenza di genere, inoltre, è un’emergenza tra le pazienti immigrate: “Nei nostri ambulatori – ha spiegato Donisi – vediamo casi di mutilazioni genitali femminili e gravi situazioni psicologiche dovute agli abusi durante la tratta migratoria”.

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