In Europa il sorpasso delle rinnovabili, in Asia 600 nuove centrali a carbone

09 Luglio 2021

Nel 2020 un sorpasso epocale…

Il 29 giugno scorso Eurostat ha comunicato che nel 2020 nell’Unione europea per la prima volta le fonti rinnovabili hanno generato più energia elettrica rispetto alle fonti fossili. L’anno scorso le centrali a combustibile fossile avrebbero prodotto 1.022.589 Gigawattora (Gwh), il 9,8% in meno rispetto a quanto fatto nel 2019, quando il contatore segnava 1.133.402 Gwh. Le fonti rinnovabili avrebbero invece messo a segno un incremento del 7,4%, raggiungendo quota 1.052.582 Gwh, quasi 30mila in più rispetto a quelle fossili. Mentre l’incremento delle fonti rinnovabili è un trend visibile e in atto dall’inizio del secolo, i combustibili fossili hanno registrato un crollo non prevedibile all’alba del 2020, causato in parte da un altro evento dirompente altrettanto imprevedibile, una pandemia globale.

…causato anche dalla pandemia

Eurostat spiega che le restrizioni alle attività economiche e al movimento delle persone hanno portato ad una caduta nel consumo di corrente elettrica nei mesi primaverili, durante i quali diverse centrali a combustibile fossile avevano ridotto o addirittura cessato di produrre energia (che sarebbe andata sprecata). Tolte l’Estonia e l’Ungheria tutti gli Stati membri dell’Ue hanno prodotto meno energia: l’Italia -5,9%, la Spagna -5,9%, la Francia -5,0% e la Germania -2,4%. La media europea di energia consumata nel 2020 si aggira su un -4% rispetto al 2019.

In realtà bisogna andare a controllare i mesi del primo lockdown per apprezzare appieno la caduta dei consumi. Nel mese di aprile 2020 l’Unione europea ha generato il 12,2% di Gigawattora di energia in meno, nel mese di maggio il 10,81% in meno, a giugno il 7,54% in meno. Ciascuna delle categorie di fonti energetiche ha risposto in maniera differente allo shock. Il fotovoltaico ha registrato un incremento del 15,5%, l’eolico dell’8,2% e l’idroelettrico dell’8,1%. Nel mentre il nucleare (che resta la principale fonte di energia dell’Ue con 683 dei 2.800 Gigawattora complessivi) ha prodotto il 10,7% di energia in meno e le varie qualità di carbone, ciascuna con numeri diversi, circa il 20% in meno. In Italia le oscillazioni sono state più contenute e presentano alcune peculiarità rispetto ai dati dell’intera Ue. L’energia solare è infatti cresciuta del 5,3%, l’eolico sceso del 7,4%, il gas naturale sceso del 2,8% e l’idroelettrico rimasto pressoché stazionario a +0,8%.

In Asia puntano ancora sul carbone, in arrivo centinaia di nuove centrali

Mentre l’Europa e gli Stati uniti continuano a lavorare per la decarbonizzazione escludendo la costruzione di nuove centrali e provando a “convertire” quelle esistenti, le grandi economie asiatiche stanno puntando in tutt’altra direzione. A lanciare l’allarme è il think tank Carbon Tracker che si occupa delle statistiche sulla transizione delle economie mondiali dai combustibili fossili. Cinque Paesi asiatici – Cina, India, Indonesia, Giappone e Vietnam – sono i responsabili dell’80% dei nuovi impianti a carbone che verranno realizzati nei prossimi anni. Secondo la stessa fonte i cinque Paesi avrebbero già programmato la costruzione di oltre 600 nuove unità a carbone (volgarmente i forni delle centrali elettriche) con una capacità combinata di oltre 300 GigaWatt. Secondo Carbon Tracker il 92% di questi impianti sarebbe antieconomico e potrebbe portare ad uno spreco di denaro stimabile anche in 150 miliardi di dollari.

Le stime sul numero delle nuove centrali non si discosta molto dalle statistiche pubblicate dal Global energy monitor, secondo cui Cina, India, Indonesia, Giappone e Vietnam avrebbero in cantiere 689 centrali a carbone, considerando quelle in costruzione, quelle annunciate, quelle approvate e quelle in fase di pre-approvazione (tolte queste ultime si scende a 500). Sempre secondo le medesime stime, quasi tre quarti della produzione mondiale di energia elettrica generata dal carbone sono da imputare esclusivamente a tre Paesi: Cina, Stati Uniti e India. La Cina, da sola, costituisce quasi il 51% della produzione mondiale. Germania e Polonia rientrano nella top 10 e con i loro 42,5 e 30,2 MegaWatt complessivi sono di gran lunga i Paesi più dipendenti dal carbone di tutta l’Ue. Dopo di loro la Repubblica Ceca con soli 8 MW e poi l’Italia con 7,9 MW, fuori dalla top 20 mondiale.

Colpo di scena, la Cina è leader anche nel fotovoltaico e nell’eolico

Sarebbe troppo facile, però, ignorare un altro fatto: oltre ad essere leader nella produzione di energia da centrali a carbone, la Cina è anche di gran lunga leader mondiale per diverse fonti rinnovabili. Secondo un rapporto dell’Agenzia internazionale dell’energia la Cina vanterebbe una capacità installata di 253,4 GigaWatt di potenza. Dietro di lei l’intera Unione europea (ovvero la somma di tutti e 27 gli Stati membri) si ferma a 151,3 GW. Seguono gli Stati Uniti con 93,2 GW e il Giappone con 71,4 GW. L’Italia è sesta con 21,7 GW. Come ricordato in un recente articolo del Financial Times, la Cina si è posta l’obiettivo di azzerare le emissioni nette di anidride carbonica entro il 2060, raggiungendo il picco delle emissioni nel 2030. Nel solo 2020 la Cina ha installato, oltre a pannelli solari per ulteriori 48,2 GW (più del doppio dell’intera Ue), anche 52 GW di impianti eolici (il 56% dei nuovi impianti nel mondo). La situazione non è quindi in bianco e nero: la Cina continua a stare con i piedi in due scarpe, quella del fossile e quella del rinnovabile, cercando di alimentare la sua grande crescita economica ed espansione del mercato interno fruttando tutte le modalità e risorse disponibili. Dando vita ad un quadro apparentemente contraddittorio ma efficace nel raggiungimento di un unico obiettivo: soddisfare i bisogni di una Cina affamata di energia.

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