L’allarme degli esperti: così non raggiungeremo la neutralità climatica

14 Ottobre 2021

In breve:

  • L’Agenzia internazionale dell’energia avanza la sua ricetta per la neutralità climatica: a pagare il conto sono soprattutto Nord-America ed Europa
  • Con la traiettoria attuale non si raggiungeranno gli obiettivi posti
  • La ripresa economica ha visto risalire anche i combustibili fossili
  • La Cina si conferma leader mondiale nelle rinnovabili (ma anche nel carbone)

L’Agenzia internazionale dell’energia ha pubblicato il suo tradizionale aggiornamento annuale dedicato alla domanda e all’impiego delle risorse sul pianeta. Il bilancio tracciato parla di una effettiva transizione in corso verso il “green” ma anche, allo stesso tempo, di un rapido recupero dei combustibili fossili dopo la crisi del 2020 e una serie di impegni presi largamente insufficienti nella rincorsa alla tanto agognata neutralità climatica entro il 2050.

L’Agenzia bacchetta i governi: così non basta

Nel suo lungo rapporto l’Agenzia internazionale dell’energia avvisa i governi del mondo: con questo ritmo si riuscirà a coprire solo il 20% della riduzione delle emissioni necessarie entro il 2030 per mantenere l’aumento della temperatura media sul pianeta inferiore a 1,5 gradi centigradi. Non resta un margine ampio. Stando ai calcoli contenuti nel rapporto, la temperatura della superficie terrestre sarebbe già circa 1,1 gradi sopra il periodo pre-industriale. Con questa velocità delle emissioni di gas serra si stima che restino solo undici anni prima di raggiungere la soglia degli 1,5 gradi di aumento. Una traiettoria decisamente sottile e che richiede, secondo l’Aie, una accelerazione verso le fonti rinnovabili anche in vista della COP26.

Un percorso rigidissimo di rientro per raggiungere la neutralità climatica

La traiettoria di rientro per le emissioni in vista dell’obiettivo a dir poco ambizioso della neutralità climatica entro il 2050 prevede una drastica rivoluzione nelle abitudini energetiche dell’economia mondiale. Anzitutto sul pianeta bisognerà passare da una intensità media di 4,6 milioni di Joule per ogni dollaro di Pil prodotto a circa 3,0 milioni tra il 2020 e il 2030. Un taglio drastico dell’energia necessaria a sostenere l’economia. Il vero tema però riguarda quanta di questa rivoluzione dovrà essere messa in atto dall’Occidente. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, larga parte della riduzione delle emissioni di CO2 dovrà passare dal Nord America e dall’Europa, in quanto in Cina e in Africa le tonnellate di anidride carbonica pro-capite rimarranno costanti da qui al 2030, con un incremento sensibile di quelle dell’India (economia in forte crescita). Si parla di tagli drastici. Un cittadino Nord-americano dovrà passare da 10,5 a 6,83 tonnellate di CO2 emesse mentre un cittadino europeo da 5 a 3,59 tonnellate (il dato non si riferisce alla CO2 emessa effettivamente da ogni cittadino ma da una media delle emissioni di un’area in base alla popolazione, calcolando quindi anche le fabbriche presenti). Valori che richiedono un cambio di abitudini notevole e rilevante, certamente di non facile implementazione.

Eloquente è il grafico che l’Agenzia ha dedicato ai vari scenari di utilizzo delle fonti fossili. In rosso la domanda del 2020 di petrolio, gas e carbone. In nero lo scenario che ci si troverà nel 2050 senza cambiamenti. In viola la domanda dei vari combustibili fossili nel caso in cui dovessero essere rispettati gli impegni attualmente presi dai governi mondiali. Come si potrà notare, le barre viola sono estremamente lontane da quelle verdi, che è l’unica accettabile in uno scenario di neutralità climatica. In altre parole gli impegni presi attualmente non si avvicinano neanche lontanamente dall’azzeramento delle emissioni nette di anidride carbonica nell’atmosfera.

Nel 2021 la ripresa delle emissioni di CO2

Dopo un 2020 di pesante crisi sanitaria ed economica (la peggiore dai tempi dell’ultimo conflitto mondiale) il pianeta Terra ha ricominciato ad aumentare le proprie emissioni di anidride carbonica. Anzi, l’attività umana è tornata a correre, con evidenti e tangibili conseguenze nell’impronta carbonica complessiva. Nonostante però il Pil mondiale abbia recuperato il Pil perduto nel 2020, le stime parlano di emissioni ancora inferiori a quelle pre-crisi. La CO2 collegata al petrolio (e derivati) ad esempio recupererà soltanto metà della caduta registrata nel 2020. Quella legata all’aviazione internazionale si troverà un terzo sotto i livelli del 2019. Un effetto delle tuttora esistenti restrizioni agli spostamenti che, nonostante gli allentamenti, continuano a produrre conseguenze nell’ammontare complessivo di CO2 emessa.

Interessanti le variazioni delle singole voci. Nel 2020 le emissioni di gas serra legate al carbone erano scese di 600 milioni di tonnellate di CO2, con un recupero immediato nel 2021. L’Agenzia internazionale dell’energia stima addirittura che il carbone supererà i livelli del 2019 dello 0,4%. Un incremento legato principalmente alla domanda di energia proveniente dall’Asia, ancora tempestata di centrali a carbone. Più contenuto invece il rimbalzo del petrolio, che sarà ancora 500 milioni di tonnellate di CO2 sotto le statistiche pre-crisi.

Cina leader mondiale delle energie rinnovabili (ma anche del carbone)

La Cina si conferma Paese leader nel mondo per installazione di nuova capacità di produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili. Pechino da sola nel 2021 ha installato oltre 280 Terawattora di centrali rinnovabili, specialmente per quanto riguarda l’eolico. L’Unione europea tutta si ferma a circa 70 Terawattora di nuova capacità installata, gli Stati Uniti a circa 100 Terawattora. Un primato, quello della Cina, che deve comunque essere messo in relazione alla preponderanza nel Paese dell’energia proveniente dal carbone (anche ora che si trova nel bel mezzo di una crisi energetica).

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