“Riduci, Riusa, Ricicla”.
Ma in Italia manca la legge sulla riparazione degli oggetti

26 Novembre 2022

I comandamenti della sostenibilità sono tre: “Reduce, reuse, recycle”. Vale a dire: riduci, riusa e ricicla.
Sono anche i capisaldi dell’economia circolare, che si sta sempre più diffondendo tra cittadini e imprese, ma che ha bisogno anche di impulsi istituzionali per essere realmente efficace.
Riduci
Il primo comandamento si riferisce all’esigenza di utilizzare meno risorse naturali, consumare meno e dunque produrre meno rifiuti. E l’Italia ha compiuto dei sensibili miglioramenti, partiti ovviamente con l’arrivo della pandemia che aveva drasticamente ridotto i consumi.
Ricicla
Risultati lusinghieri per quanto riguarda il riciclo: nel nostro Paese il tasso complessivo di utilizzo di materia proveniente dal riciclo (Cmu), secondo gli ultimi dati disponibili, è del 21,6%.
Uno dei risultati migliori in Europa: meglio di noi, solo Francia (22,2%), Belgio (23%) e Paesi Bassi (30,9%).
Riutilizza
Tutti Stati che, a differenza del nostro, stanno spingendo anche a livello istituzionale sul secondo anello della catena della sostenibilità: il riuso.
Significa utilizzare materiali e oggetti più di una volta nella loro forma originale, invece di gettarli via quando sembra terminato il loro ciclo vitale.
Ovviamente in molte occasioni non è possibile usare un prodotto ripetutamente e in questi casi diventano fondamentali le sensibilità individuali legate a riduzione del consumo e all’eventuale conferimento nella raccolta differenziata e quindi al riciclo.
Ma ci sono tantissimi casi in cui un prodotto può (sempre più persone sostengono: deve) essere riutilizzato.
Gli esempi più lampanti riguardano elettrodomestici e prodotti elettronici.
Il dato di partenza è uno: oltre il 10% di lavatrici, lavastoviglie, televisori, computer, condizionatori viene gettato (spesso smaltito in maniera scorretta) quando ha meno di cinque anni di vita. Percentuale che esplode se si parla di telefoni cellulari.
Manca la legge
“Ma dal primo marzo 2021 – chiarisce Antonio Galdo di Nonspecare.it – esiste un Regolamento, approvato dal Parlamento europeo che contiene due disposizioni molto precise. Primo: le aziende che producono elettrodomestici e apparecchi elettrici ed elettronici devono garantire la messa a disposizione dei riparatori professionisti dei pezzi di ricambio per almeno 7-10 anni dall’immissione sul mercato dell’ultima unità di un prodotto. Secondo: la consegna dei pezzi di ricambio non deve avvenire oltre i trenta giorni lavorativi. Bastano queste due regole per avere un’idea concreta del diritto alla riparazione”.
Il problema è che praticamente nessuno Stato Ue ha tradotto il Regolamento europeo in una legge nazionale.
Neppure l’Italia, dove la raccolta di rifiuti elettronici è in continua crescita: dato positivo perché significa che aumentano i corretti smaltimenti, ma negativo se si pensa che solo il 39% degli italiano ha recentemente dichiarato come preferisca riparare un oggetto piuttosto che sostituirlo con uno nuovo.
Meno inquinamento
Un tema economico (aggiustare un elettrodomestico costa ovviamente meno rispetto ad acquistarne un altro), ma soprattutto ambientale.
“Il diritto alla riparazione, una volta esercitato – spiega ancora Galdo – può avere un impatto importante anche ai fini del surriscaldamento climatico. Come? Semplicemente perché aumentando la vita di cellulari, computer, aspirapolvere e lavatrici, si possono risparmiare milioni e milioni di tonnellate di emissioni di Co2”.
Partiamo dalle lavatrici, uno degli elettrodomestici che consumano di più e che hanno una vita media intorno agli undici anni. Allungandola di un anno si risparmiano 0,25 milioni di tonnellate di Co2; allungandola di cinque anni, un milione di tonnellate.
Così i computer la cui vita media è molto bassa e non arriva a cinque anni. Eppure con solo un anno in più si risparmierebbero 1,6 tonnellate di Co2. Infine i cellulari che cambiamo, in media, ogni tre anni. Con un piccolo sforzo, e magari con una piccola riparazione, se ne aumentassimo di un anno l’esistenza attiva, avremmo 2,1 milioni di tonnellate di Co2 in meno nell’atmosfera.
I Restarter
In attesa delle istituzioni, anche in Italia si stanno facendo largo le iniziative auto-organizzate dai cittadini. Sui social network, Facebook in particolare, sono nate e si stanno allargando sempre di più le comunità di Restarter, composte da coloro che si mettono a disposizione gratuitamente di coloro che vogliono aggiustare un oggetto rotto o non più funzionante. Si è partiti con i video di consigli e si è arrivati, sulla scia dell’esempio inglese, a veri e propri party, in cui incontrarsi fisicamente, conoscersi e stare insieme con la “scusa” di portare il proprio oggetto da aggiustare. Milano, Torino, Firenze, Veneto, Valle d’Aosta: le community sono sempre più diffuse, al motto di “Nulla si butta, tutto si aggiusta”.

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