Il volto di pietra di Frances McDormand
Redazione Online
|5 anni fa

Il concorso si è chiuso con il volto di Frances McDormand, protagonista assoluta di “Nomadland” di Chloé Zaho.
E mentre stavo pensando che la McDormand ormai ha un volto di pietra e di cuoio, così ruvido da sembrare quasi western, da entrare nell’immaginario come quelli di Charles Bronson o James Coburn, l’attrice in conferenza stampa via zoom ha raccontato che una delle cose che l’hanno aiutata ad apprezzarsi nei film è stato il commento di un giornalista, che le ha detto che “il suo volto è come un parco nazionale”.
É lo stesso sentimento, quello che ci fa percepire l’attrice come patrimonio nazionale, come parte del paesaggio, come segmento della narrazione cinematografica contemporanea.
E mentre stavo pensando che la McDormand ormai ha un volto di pietra e di cuoio, così ruvido da sembrare quasi western, da entrare nell’immaginario come quelli di Charles Bronson o James Coburn, l’attrice in conferenza stampa via zoom ha raccontato che una delle cose che l’hanno aiutata ad apprezzarsi nei film è stato il commento di un giornalista, che le ha detto che “il suo volto è come un parco nazionale”.
É lo stesso sentimento, quello che ci fa percepire l’attrice come patrimonio nazionale, come parte del paesaggio, come segmento della narrazione cinematografica contemporanea.
Il volto della McDormand ci accompagna dal 1984, ma è dalla Midge di Fargo, da una poliziotta incinta e infagottata e tignosa che trova un tizio intento a sbarazzarsi di un cadavere facendolo a pezzi in una macchina per sminuzzare il legno in un paesino sperduto del Minnesota che comincia a insediarsi nelle nostre teste.
L’abbiamo vista passare attraverso le commedie stralunate del marito Joel Coen continuando a disegnare personaggi strampalati ma rotondi come la personal trainer Linda Litzke di “Burn after reading”, ossessionata dall’idea di procurarsi il denaro necessario a ridisegnarsi con la chirurgia plastica.
Ha giocato a squash in una piscina vuota con Sean Penn truccato come Robert Smith per Paolo Sorrentino in This Must Be The Place, finché non è arrivata “Olive Kitteridge” di Lisa Cholodenko nel 2015 a dare il via a quelle serie di donne burbere e solitarie, poco aperte al mondoe fedeli a una propria linea morale. La mini serie vince un mare di premi e porta Frances dritta all’incontro con Mildred Hayes di “Tre manifesti a Ebbing, Missouri” di Martin McDonagh nel 2017.
Grazie a Mildred Frances vince tutto, anche il secondo Oscar: Mildred spara, lancia molotov e chiede a gran voce vendetta e diventa la nostra eroina western. E adesso forse comincia a crederci troppo, Frances, che riempie, invade, colonizza, “Nomadlands”, un film tratto da un romanzo che ha trovato lei, scritto da una ricercatrice che ha incontrato lei, interpretato da lei che è dappertutto e si mangia ogni inquadratura di quello che dovrebbe essere sia un road movie che la storia di una comunità.
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