La scala per l’inferno passa per New York. Il dilemma di Jacob è un cult psichedelico
“Allucinazione perversa” di Lyne (1990) finalmente in 4K, il bluray esalta ogni granello di polvere e marciume
Redazione Online
|2 ore fa

Jacob (Tim Robbins) è un veterano scampato alla guerra in Vietnam
Le scale sono sottovalutate. Per centinaia di migliaia di anni hanno condotto umani e animali da sotto a sopra e da sopra a sotto. Quel che mi chiedo è: c’è un verso che è migliore dell’altro? Nell’iconografia cristiana, andare da sopra a sotto significa essere fregati, purgatorio e inferno. L’unico verso buono è quello dal basso all’alto, stop. Però nella vita di tutti i giorni non si può mantenere questa visione e lo dico in virtù del “Vivo quindi so”. Vallo a dire a uno che soffre di vertigini, che il cielo è il posto migliore oppure ad uno con la mia pelle, che dopo 30 secondi si brucia anche i padiglioni auricolari. E poi quanto è faticoso salire? Una scala epocale dalla terra al cielo o solamente quando non funziona l’ascensore e abiti al settimo? Mi viene già il fiatone. Sì, va bene avete ragione ci sono anche delle cose positive della salita. Il panorama, l’aria migliore, le piste da sci (però te le godi di più in discesa…). Andare giù è uno spasso, prendere velocità con la bici, avvicinarsi al mare, uscire di casa e andare nel mondo. Chiaro, anche sulla discesa ci sono dei problemini. Mi sono schiantato un casino di volte con la bici in discesa, il mare è così salato che la mia pelle prude e nel mondo ci sono esseri orribili. E poi la talassofobia, avere tonnellate di qualcosa sopra, le tenebre… Uff, ok facciamo che salita e discesa, nel pratico, sono sullo stesso piano e andiamo avanti perché sennò sembra che mi sia rincoglionito.
Il film si chiama in inglese “Jacob’s Ladder”, la scala di Jacob (Giacobbe), quindi Jacob o ha una scala o la usa. Chi l’ha visto in italiano però s’è probabilmente perso questo aspetto vista la traduzione bislacca in “Allucinazione perversa”. Jacob (Tim Robbins) è un veterano scampato alla guerra in Vietnam, vive in una New York degli anni Settanta, è divorziato, ma da quel matrimonio ha due figli vivi e uno morto, Gabe (Gabriel, Gabriele), lavora alle Poste pur avendo una laurea in filosofia e abita in uno squallido appartamento con una sua collega nonché compagna. Jacob comincia ad avere delle strane visioni, demoni, che lo perseguitano e lo rigettano negli orrori passati in Vietnam, dove è stato ferito durante un combattimento.
Comincia quindi una vera e propria discesa negli inferi. La sua ricerca ossessiva, della causa di queste allucinazioni, lo porterà a scoprire verità sconcertanti. Il film esce nel 1990 e nonostante l’ottima interpretazione di Tim Robbins, che fa presagire ad una grande grande carriera e il blasonato regista Adrian Lyne - “Flashdance”, “9 settimane e ½”, “Attrazione fatale” - non suscita un grande riscontro nel pubblico, ma lascia un segno indelebile in alcuni fruitori. Negli anni successivi svariate figure diranno di aver preso ispirazione dall’estetica horror/decadente del film. È la prima volta che viene utilizzata la, poi diventata famosissima, tecnica per “scuotere velocemente la testa dei personaggi” in modo da farli sembrare pazzi o in preda al delirio, “The Matrix” e “The Ring” sono i due esempi più eclatanti. Anche il mondo del gaming ha omaggiato il film con la celeberrima serie “Silent Hill” che ha preso ispirazione a piene mani dalla pellicola, effettivamente tra demoni, visioni aliene e persone mutilate c’è l’imbarazzo della scelta.
Ad oggi il film è considerato uno dei, tanti, cult di Lyne ed è appena uscito finalmente in 4K: il bluray CG Entertainment esalta ogni granello di polvere e marciume. Devo dire che la regia non mi ha entusiasmato, l’ho trovata, se non in alcuni punti, piuttosto vecchio stile, scolastica. Soprattutto le scene di guerra sono molto, “fissate”, come andava all’epoca, molto sulla ferita, sullo shock di vedere un arto tagliato o delle interiora per terra. La regia però combinata con la colonna sonora, che riprende uno dei miei filoni preferiti, ovvero alternare sequenze con assenza totale di musica a sequenze musicali, fa avere un impatto positivo del film. L’alternanza dà forza a entrambi i momenti, musicali e non, e fa sì che si creino punti focali diversi in base alla situazione in scena, ci concentriamo sulle parole, sulle emozioni, sul paesaggio oppure sul personaggio e via dicendo. Si percepisce inquietudine, marciume, decomposizione ma anche tranquillità, tenerezza, sogno. La squallida e degradata New York anni ‘70 viene contrapposta al calore dei ricordi che Jacob ha per suo figlio Gabe e la passata famiglia. Ho notato una certa poetica in alcuni momenti, non solo quelli distesi ma anche quelli contratti, una dolce morsa che ti fa leggermente inclinare la testa per assorbire maggiormente quello che stai vedendo. Ma come si collega tutto questo con le scale, o meglio, la scala sembra andare solamente verso il basso, no? C’è un concetto molto importante che viene espresso da Louis l’amico e chiropratico di Jacob: “Se hai paura di morire e ti aggrappi alla vita, vedrai dei demoni che ti strappano via l’esistenza. Se invece hai fatto pace con te stesso, allora i demoni sono in realtà angeli… che ti liberano dalla terra.” Louis attribuisce questo pensiero al filosofo/mistico/religioso medievale Meister Eckhart.
La paura e il dolore, aggiungo io, distorcono la realtà e ti fanno scambiare degli angeli per demoni. Potrebbe però anche essere il contrario. Senza paura, senza dubbio, potresti scambiare dei demoni per angeli. Quindi non è poi così facile capire dove ci sta conducendo una scala con la sola visione della direzione. Wow… forse mi sono perso pure io in questi discorsi filosofici. Tornando con i piedi per terra. “Allucinazione perversa” mi ha piacevolmente sorpreso, pensavo di vedere uno di quei mattoni slasher horror anni 80/90, e seppur ci siano dei piccoli pezzi con quell’inclinazione, è invece un thriller psicologico con svariati colpi di scena e che fa riflettere sulla perdita, gli stati di shock, l’amore e il non voler pensare, per proteggersi.
Giorgio Occhipinti


