Con “Vogue World” la Galleria di Milano apre ad abiti e robot

Lo spettacolo unisce il successo del marketing e dei fondi per la lettura a un dibattito sul futuro della creatività umana

Giulia Marzoli
|10 ore fa
La Galleria Vittorio Emanuele II a Milano
La Galleria Vittorio Emanuele II a Milano
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Vogue World, format itinerante che porta la moda fuori dalle passerelle tradizionali e la trasforma in uno spettacolo fatto di sfilate, performance, musica e celebrità, è sbarcato a Milano. È arrivato per la prima volta nel primo giorno della Fashion Week e, vista l’importanza dell’evento, mi è sembrato doveroso dedicargli la rubrica. Ma è anche (e soprattutto) un progetto commerciale, sostenuto da numerosi sponsor, con il supporto di FedEx e OpenAI. Dopo New York, Londra, Parigi e Los Angeles, questa quinta edizione è approdata nella Galleria Vittorio Emanuele II con un obiettivo preciso: raccontare il Made in Italy attraverso cinque atti dedicati ad artigianato, industria, cinema, tecnologia e futuro.
In passerella c’erano Gigi Hadid, Vittoria Ceretti, Mariacarla Boscono, Irina Shayk e molte altre icone, non necessariamente legate alla moda. Jennifer Lopez, per esempio, ha indossato Dolce&Gabbana ed è stata protagonista di un passo a due con il tennista Lorenzo Musetti, in Bottega Veneta. Un momento che ha lasciato perplessi, anche sui social, dove in molti si sono chiesti cosa c’entrasse davvero con il racconto della moda italiana. Accanto a queste scelte più spettacolari e discutibili, però, c’è stata una parte davvero riuscita, quella dedicata agli archivi delle maison. Gigi Hadid ha aperto lo show in Valentino, con un abito di Alessandro Michele ispirato al Rinascimento, mentre Eva Herzigova ha portato in passerella lo stile Armani. C’era anche il celebre abito Versace con le spille da balia, indossato da Elizabeth Hurley nel 1994 e qui affidato a Celeste Dalla Porta.
E ancora gli abiti romanticissimi firmati Luisa Beccaria, tra cui quello in pizzo indossato da Gabbriette. È stato bello vedere la storia della moda italiana parlare attraverso capi già capaci di raccontare qualcosa da soli. Proprio per questo, il quarto atto, dedicato al rapporto tra tecnologia e creatività umana, mi ha convinta meno. In scena sono arrivati quattro robot umanoidi di Unitree Robotics. L’idea era raccontare l’“era dell’intelligenza”, ma anche ora, riguardando le immagini, continuo a chiedermi se fosse davvero necessario. A far sorridere, più che i robot, sono state forse le reazioni di Miuccia Prada e Alessandro Michele, diventate in poche ore materiale per meme e commenti sui social.
Se l’obiettivo era parlare di artigianalità italiana e di quel famoso “tocco umano”, la nostra storia offriva già materiale a sufficienza: Sorelle Fontana, Capucci, Krizia e generazioni di stilisti e artigiani hanno costruito la moda italiana con le mani. Vogue World ha mostrato la forza del patrimonio italiano soprattutto quando ha lasciato parlare gli abiti e gli archivi, poi, però, ha aggiunto elementi spettacolari che rischiavano di metterlo in secondo piano. L’Italia ha esportato immagini talmente potenti da non aver bisogno di renderle continuamente più grandi o esagerate. Abbiamo il cinema, gli archivi, gli anni Novanta che ultimamente continuano a tornare e una storia della moda che, da sola, basterebbe a riempire una serata.
Riconosco che la varietà è anche il punto di forza di un evento del genere, e che più elementi ci sono, più persone possono riconoscersi in qualcosa e condividerlo sui social. Ma è anche il suo rischio, a causa del quale si può finire per ricordare più il robot che tutto il resto. Almeno una parte di questo circo torna alla città, infatti Vogue World ha raccolto 2,65 milioni di euro destinati alla riqualificazione della Biblioteca di Quarto Oggiaro, che diventerà un polo culturale dedicato anche a moda, arte, musica e tecnologia. Vogue World ha fatto quindi ciò che doveva fare dal punto di vista del marketing, e cioè trasformare l’evento in uno spettacolo capace di attirare tutti. Ma, guardando quella Galleria e quella miriade di effetti speciali, viene da pensare che forse avremmo potuto fidarci un po’ di più della moda stessa. E lasciare i robot a casa.