Debora Caprioglio e il suo amore per Kinski: «Io ragazzina con un 60enne, ma il più giovane era lui»

Tre anni di passione e di film diventati stracult. «Era difficile dare un’età a Klaus, aveva un fascino e un modo di fare che ho subito»

Donata Meneghelli
|4 ore fa
Debora Caprioglio
Debora Caprioglio
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A 17 anni Debora Caprioglio vinse “Un volto per il cinema”; proprio quell’anno fu notata dall’attore di culto Klaus Kinski, al quale si legò per tre anni. Fece scalpore la differenza di età: il celebre attore che aveva dato il volto al “Nosferatu” di Herzog nel 1978, aveva già 60 anni. «Ma era difficile dargli un’età; il suo modo di fare era più giovane di molti altri giovani, aveva un fascino che io ho subito», ricorda la Caprioglio.
«Anche se anagraficamente ero una ragazzina, ero molto curiosa e allora non ero attratta dai miei coetanei. Sì è vero, in quei tre anni di relazione, conobbi personaggi come Francis Ford Coppola, ma ero piuttosto incosciente e non ne fui intimidita. Oggi lo sarei».
Kinski in quel periodo stava girando il film stracult “Nosferatu a Venezia” (1988), da poco restaurato nel bluray Dynit e nell’edizione deluxe con gli extra targati Rustblade.
Debora era una giovane di Mestre. Frequentare la Mostra del cinema di Venezia per lei era la naturale conseguenza della sua passione per la settima arte.
«Venivo da una famiglia di medici; frequentavo il liceo classico. Mi avevano fatto fare la scuola di danza, ad appena 4 anni e mezzo, ma il futuro che immaginavano i miei genitori per me era diverso da quello che poi ha preso forma. Oddio, mi sembra un’altra me, un’altra vita», sorride oggi la Caprioglio che non sconfessa affatto il suo passato, ma lo guarda con ironica distanza, come ha fatto anche a teatro con il monologo autobiografico “Debora’s Love”. Sì, perché da quasi 30 anni è votata al teatro. «Da quando nel 1997 mi chiamò Monicelli, in una delle sue rare incursioni sul palcoscenico. Mi chiese di far parte del cast “Una bomba in ambasciata” di Woody Allen. Lasciai tutti gli altri lavori. Mi innamorai del teatro e non l’ho più lasciato».
La prima volta che apparì sul grande schermo fu con quel curioso horror di Kinski?
«Ero solo una comparsa. Non so nemmeno se appaio nel montaggio finale. Stavano girando in quel periodo e io partecipai. Ricordo che sul set c’era un’atmosfera insolita, sospesa, sicuramente era qualcosa fuori dal comune».
La copertina del bluray "Nosferatu a Venezia" (Dynit/Rustblade)
La copertina del bluray "Nosferatu a Venezia" (Dynit/Rustblade)
La notarono altri maestri del cinema: da Mestre si trasferì a Roma.
«All’inizio facevo la pendolare, in realtà. Non c’erano neppure le Frecce e ci mettevo un’eternità in treno. E allora a 18 anni mi trasferii. Oggi mi divido tra la città e le montagne del Bellunese».
Recitò anche in “Grandi Cacciatori”, sempre nell’88, regia di Augusto Caminito. I protagonisti erano Kinski e Harvey Keitel. Poi ci fu “Kinski Paganini” unico film diretto da Klaus e ultimo suo lavoro, che creò polemica a Cannes. Nell’89 la diresse il maestro dell’horror Lamberto Bava ne “La Maschera del demonio”. Poi nel ‘91 Tinto Brass la volle in “Paprika” che segnò una sua straordinaria notorietà. Come fece a non perdere l’equilibrio? In fondo aveva solo 21 anni.
«Quando si raggiunge la notorietà da giovani, hai due strade: o si perde la testa, o ci si abitua. Allora ero riconosciuta ovunque. Oggi, capita che io sia riconosciuta oppure no. C’è chi continua a ricercare la notorietà. Io no».
Da Brass fui diretta anche a teatro con “Lulù”. Erano comunque opere erotiche.
«Diciamo che ho tanto vissuto alle spalle. Ho 57 anni oggi, stiamo parlando di 40 anni fa. Le cose trascorse del passato diventano nebulose, mi sembra di aver vissuto tante vite. La me di allora mi fa tenerezza, mi suscita divertimento, di tutto un po’. Ci sono ricordi che si legano ad altri fatti e volti: come i miei genitori ancora vivi».
Ha lavorato con Ugo Chiti (“Albergo Roma”, 1996), con la Archibugi (“Con gli occhi chiusi”, 1994), a teatro con Mario Scaccia, Franco Branciaroli, Corrado Tedeschi. In tv in una serie con Fabrizio Frizzi, e nella Buona domenica di Maurizio Costanzo.
«Il film di Chiti aveva un cast meraviglioso: con Lucia Poli, Alessandro Benvenuti, lo presentammo alla Mostra del cinema fuori concorso. Fabrizio era una persona straordinaria, di un’umanità e lealtà molto rare nel nostro mondo. Oltre al lavoro, c’era una grande amicizia. Costanzo fu un maestro: la tv, a cui mi prestai per i 3 anni, non era nelle mie corde, ma lui mi guidò».
Oggi racconta di donne, perse nella storia e restituite alla memoria: la moglie del musicista Schuman in “Due vite su un pentagramma”, Artemisia Gentileschi in “Non fui Gentile, fui Gentileschi”, la divina Callas, raccontata da uno sguardo minore, attraverso gli occhi della sua governante Bruna in “Callas D’inCanto” di Roberto d’Alessandro.
«Sono monologhi ancora molto richiesti. Sono affezionata alla Gentileschi: rappresenta una serie di lotte femminili che sono a tutt’oggi in atto».