Due romanzi che sono le due facce di una stessa amara pizza

“Lacci” di Starnone e “La separazione del maschio” di Piccolo parlano della disgregazione della famiglia, ma in due modi opposti

Cecilia Pizzaghi
|17 ore fa
Due romanzi, due facce della stessa amara pizza- © Libertà/Cecilia Pizzaghi
Due romanzi, due facce della stessa amara pizza- © Libertà/Cecilia Pizzaghi
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Ho fatto una breve ricerca online: sembra non abbiano ancora inventato la pizza fronte e retro. O bifronte, o double face, per dirla all’americana. Avrà tanti nomi appena qualcuno riesce a produrla.
È strano perché invece la letteratura mi sembra costellata di libri che si fondano sullo stesso identico tema, ritraggono personaggi spaventosamente simili, sviluppano trame praticamente identiche, ma sembrano trattare quel tema dall’angolazione opposta.
Come due facce della stessa medaglia, “La separazione del maschio” di Francesco Piccolo e “Lacci” di Domenico Starnone gettano le fondamenta della propria storia sul grande tema delle relazioni e del matrimonio. Ritraggono due coppie nella fase più acuta della loro rottura e quello che ne consegue sul loro lavoro, sulla loro identità e sui loro figli. Si sviluppano su due trame di avanti e indietro (sentite quanto suona male, ostinati italianisti? “back and forth” mi avrebbe fatta sembrare più professionale) che ci aiutano ad avere un quadro completo, quasi psicanalitico, delle loro relazioni. Eppure sembrano uno il romanzo opposto all’altro.
“Lacci” si apre con la corrispondenza straziante di una moglie brutalmente mollata dal marito. Sposati giovani, all’inizio degli anni sessanta, due figli piccoli, ma l’immobilità, la banalità e la pedanteria che si sono impossessate di Vanda, ora, stanno troppo strette ad Aldo, intellettuale napoletano che sente germinare una voglia di anarchia. Si è innamorato di una collega, che sembra essere l’esatto opposto di sua moglie: tanto Vanda si dimostra arrabbiata, ferita, spezzata, vendicativa, tanto Lidia, la nuova amante, si presenta indipendente, comprensiva, quieta, matura. Il perfetto atterraggio di chi si sta lasciando andare a una slancio di emancipazione.
Il distacco tra Vanda e Aldo è irrazionale e improvviso, eppure raccontato dal punto di vista prima dell’una e poi dell’altro con grande lucidità e coscienza di sé: entrambi riescono a mettere insieme tutti gli indizi che incolpano l’uno e l’altra nell’omicidio della loro relazione.
Al contrario “La separazione del maschio” è cecità pura; totale incapacità di riconoscere le proprie colpe e quindi di reclamare la loro responsabilità.
Il romanzo di Piccolo si apre su quello che stavolta è un marito improvvisamente piantato in asso dalla moglie. Eppure, si aprono duecento pagine di dettagli sulle sue multiple relazioni extraconiugali. Che la moglie ne abbia scoperta una? Alcune? Tutte, addirittura, e per questo abbia deciso di farla finita?
Quel che conta è che il protagonista, che con grande dovizia di dettagli riesce a decostruire la sua mascolinità tossica fino all’origine eziologica di ogni sua inclinazione sessuale, non riesce a trovare qualcosa da biasimare nel suo comportamento e rimane saldo sulla sua convinta poliamorosità.
Quindi: una moglie abbandonata e ferita da una parte, una moglie tradita, forse ignara, ma comunque ferita dall’altra. Un marito a cui sta stretta la vita di coppia, la genitorialità, la banalità della famiglia tradizionale nel primo romanzo e un marito a cui sta bene tutto, ma a patto di poter avere numerose amanti nel secondo. Una relazione che, forse, viene giudicata fallita troppo presto e una che va avanti per inerzia o per timore di spezzare una routine. Due storie che hanno fin troppi punti in comune, ma che divergono per lasciarci una grande domanda, se lette ravvicinate: quando l’amore finisce, qual è il modo più giusto di comportarsi?
Mi tocca fare alcuni spoiler per procedere con l’analisi. Non stiamo parlando di romanzi crime, ma potrebbe infastidirvi ugualmente. A circa metà di entrambi i romanzi, arrivano due grandi rivelazioni che cambiano completamente il modo di vedere le narrazioni.
Dopo strazianti capitoli dal punto di vista di Vanda, la Medea distrutta di “Lacci”, e capitoli dal punto di vista di Aldo, che ci portano a empatizzare con lui, a immaginare la difficoltà della sua convivenza, scopriamo che i due, anni e anni dopo, si sono rimessi insieme. Sono anziani, i loro figli, ora divenuti adulti, sono cresciuti sopra le macerie di una madre demolita dal tradimento e dall’abbandono del marito, di un padre distante, incapace, svogliato. Si sono fatti adulti in una casa diroccata, fatiscente, ricostruita con materiale di fortuna sopra un trauma che ha sconvolto tutti.
A metà di “La separazione del maschio”, invece, si scopre che Francesca non ha mollato il suo Casanova dopo aver scoperto le sue attività extraconiugali. È stato lui a sorprendere Francesca a letto con un altro uomo. Ma da grande evitante, determinato a procedere nella sua comoda vita, ha scelto di fare di niente. Francesca quindi se ne va, sconvolta da questo mancato confronto, che a lei appare una totale assenza di voglia di combattere.
L’evolversi dei fatti sorprende noi lettori: dopo esserci abituati alla lucidità di ragionamento dei due protagonisti in “Lacci”, dopo essere quasi arrivati a capirli, a perdonarli, un loro ricongiungimento ci sembra un abominio, una forzatura che non avremmo mai accettato da un Aldo disposto a lottare per la sua libertà.
Allo stesso modo il protagonista (Piccolo stesso? Chi può dirlo?) di “La separazione del maschio” ci aveva quasi convinti. Ci aveva quasi portato dalla sua, a considerare la monogamia una forzatura retrograda, e la sua satiriasi una forma di lotta contro la repressione sessuale. Quindi perché non procedere oltre, perché non portare avanti questa formula non convenzionale di matrimonio? Perché lasciarsi scavare da un senso di colpa che è più di facciata, che sentito veramente?
Insomma “La separazione del maschio” e “Lacci” sono due romanzi amari, carichi di quella delusione che è l’unico esito possibile quando si tenta di sciogliere ogni vincolo e costrutto sociale, ma si finisce più schiavi di prima. Raccontano il brivido, la convinzione, l’ambizione che spinge i personaggi a uscire dal seminato, ma non realmente in grado di trovare coraggio di andare avanti in questo fuoripista.
Sono storie che prendono due direzioni diverse - i titoli stessi dei due romanzi sembrano il contrario l’uno dell’altro (“Lacci” inteso come legami, letteralmente il contrario di “Separazione”) - ma terminano nello stesso punto, il più distante da ciò che il cuore realmente vuole.
Non so se qualcuno inventerà la pizza bifronte, ma quando lo farà, spero sarà più in grado di abbracciare la non ordinarietà, piuttosto che evolvere in due romanzi che, in grande sintesi, raccontano di persone che non ci hanno creduto fino in fondo: persone convinte di poter fare a meno del costrutto tradizionale di famiglia, ma incapaci di sostenerne davvero il peso.