Riccardo Albini, l'inventore del Fantacalcio
Intervista all'uomo che ha cambiato il modo di giocare degli italiani
Carlo Chericoni
|12 ore fa

Riccardo Albini
C’è stato un tempo in cui i videogiochi erano considerati poco più che un passatempo per fanatici della tecnologia, i giochi da tavolo venivano liquidati come svaghi infantili e l’enigmistica sembrava appartenere soltanto al mondo dei più anziani. In un’Italia che guardava con sospetto quasi ogni forma di gioco non legata allo sport o alla vita all’aria aperta, parlare di cultura ludica voleva dire muoversi controcorrente. Eppure fu proprio in quegli anni che alcuni pionieri iniziarono a cambiare le cose, contribuendo a trasformare il gioco in un fenomeno più visibile, più rispettato e più centrale nell’immaginario collettivo. Tra loro c’è Riccardo Albini, che molti ricordano come l’inventore del Fantacalcio, ma il cui contributo va ben oltre quel successo. Dalle prime riviste di videogiochi all’intuizione del potenziale del Sudoku, Albini ha aiutato l’Italia a giocare in modi nuovi. Lo abbiamo incontrato per ripercorrere una storia brillante, fuori dagli schemi e ancora troppo poco riconosciuta.
La sua vita professionale è intrecciata da sempre con il mondo del gioco: tutto comincia nel 1983, con la nascita della prima rivista italiana dedicata ai videogiochi. Che aria tirava allora, in un’epoca in cui occuparsi di videogiochi o cultura ludica non era ancora considerato qualcosa di davvero “serio”?
«Altro che poco “serio”, era addirittura considerato nocivo. Noi della redazione di Videogiochi ci sentivamo dei veri carbonari, dei paladini chiamati a promuovere il gioco digitale e difenderlo dagli attacchi della stampa generalista. E i lettori questa cosa la percepivano benissimo: ci restituivano un affetto fortissimo, quasi una forma di riconoscimento militante».
«Altro che poco “serio”, era addirittura considerato nocivo. Noi della redazione di Videogiochi ci sentivamo dei veri carbonari, dei paladini chiamati a promuovere il gioco digitale e difenderlo dagli attacchi della stampa generalista. E i lettori questa cosa la percepivano benissimo: ci restituivano un affetto fortissimo, quasi una forma di riconoscimento militante».
In un clima simile non doveva essere semplice trovare persone in grado di scrivere di videogiochi. Oggi sembra che siano tutti esperti, ma allora?
«Esatto. All’epoca lavoravamo per il Gruppo Editoriale Jackson, una casa editrice specializzata in libri e riviste di elettronica e informatica. Ma i giornalisti specializzati in computer non volevano abbassarsi a scrivere di videogiochi, che ritenevano un passatempo per bambini. Persino in un ambiente tecnologico, i videogiochi erano percepiti come roba da una nicchia di immaturi. Per trovare collaboratori leggevamo una per una le lettere che arrivavano in redazione, cercando quelle in cui intuivamo del potenziale. Poi contattavamo direttamente gli autori per chiedere se volessero scrivere per la rivista. Era molto più facile correggere l’italiano di un appassionato videogiocatore che convincere un giornalista a diventare videogiocatore».
«Esatto. All’epoca lavoravamo per il Gruppo Editoriale Jackson, una casa editrice specializzata in libri e riviste di elettronica e informatica. Ma i giornalisti specializzati in computer non volevano abbassarsi a scrivere di videogiochi, che ritenevano un passatempo per bambini. Persino in un ambiente tecnologico, i videogiochi erano percepiti come roba da una nicchia di immaturi. Per trovare collaboratori leggevamo una per una le lettere che arrivavano in redazione, cercando quelle in cui intuivamo del potenziale. Poi contattavamo direttamente gli autori per chiedere se volessero scrivere per la rivista. Era molto più facile correggere l’italiano di un appassionato videogiocatore che convincere un giornalista a diventare videogiocatore».
Nel 1988, alla guida dello Studio Vit, ha poi fondato un’altra testata storica del giornalismo videoludico italiano: K. Che ricordi si porta dietro da quella stagione?
«Tantissimi, e tutti belli. Prima di tutto, la soddisfazione di aver contribuito a formare una prima generazione di giornalisti videoludici di talento, molti dei quali sarebbero poi diventati professionisti affermati, professori universitari, game designer. E poi la possibilità di incontrare e frequentare alcuni dei grandi sviluppatori che hanno scritto negli anni ‘80 la storia di questa forma di intrattenimento. Infine, ci sono i viaggi: quelli fatti per partecipare ai più importanti eventi di settore, che oggi sembrano quasi appartenere a un’altra era».
«Tantissimi, e tutti belli. Prima di tutto, la soddisfazione di aver contribuito a formare una prima generazione di giornalisti videoludici di talento, molti dei quali sarebbero poi diventati professionisti affermati, professori universitari, game designer. E poi la possibilità di incontrare e frequentare alcuni dei grandi sviluppatori che hanno scritto negli anni ‘80 la storia di questa forma di intrattenimento. Infine, ci sono i viaggi: quelli fatti per partecipare ai più importanti eventi di settore, che oggi sembrano quasi appartenere a un’altra era».
E proprio durante uno di quei viaggi nacque l’idea del Fantacalcio, giusto?
«Sì. Era il 1984 e mi trovavo a Chicago per il Consumer Electronics Show, il CES, che allora si teneva a gennaio a Las Vegas e a giugno a Chicago. In quell’era pre-Internet, ogni volta che andavo negli Stati Uniti passavo al setaccio le librerie in cerca di volumi legati ai videogiochi o ad altri miei interessi. Un pomeriggio mi capitò tra le mani un libro intitolato Fantasy Football. Parlava di football americano, sport popolarissimo in quella parte degli Stati Uniti, e spiegava come organizzare una lega tra amici in cui ciascuno gestiva la propria squadra. Sfogliai quell’ultima copia rimasta e capii subito che lì dentro c’era un’idea potente. Così la comprai».
«Sì. Era il 1984 e mi trovavo a Chicago per il Consumer Electronics Show, il CES, che allora si teneva a gennaio a Las Vegas e a giugno a Chicago. In quell’era pre-Internet, ogni volta che andavo negli Stati Uniti passavo al setaccio le librerie in cerca di volumi legati ai videogiochi o ad altri miei interessi. Un pomeriggio mi capitò tra le mani un libro intitolato Fantasy Football. Parlava di football americano, sport popolarissimo in quella parte degli Stati Uniti, e spiegava come organizzare una lega tra amici in cui ciascuno gestiva la propria squadra. Sfogliai quell’ultima copia rimasta e capii subito che lì dentro c’era un’idea potente. Così la comprai».
Ma il resto non successe dall’oggi al domani.
«No, per niente. Ci si immagina che io sia tornato a casa e mi sia messo immediatamente al lavoro per applicare quella meccanica al mondo del calcio. In realtà non andò così. Avevo già il mio lavoro, e costruire un gioco richiede tempo, calcoli, verifiche. Quel libro rimase per un po’ sulla mia scrivania. Poi decisi di affrontarlo sul serio: iniziai a studiarlo, a fare i conti, a ragionarci sopra. È lì che tutto è cominciato davvero. L’idea del gioco e il regolamento sono farina del mio sacco, anche se parte dello sviluppo iniziale la condivisi con gli altri soci dello Studio Vit, in particolare con Alberto Rossetti».
«No, per niente. Ci si immagina che io sia tornato a casa e mi sia messo immediatamente al lavoro per applicare quella meccanica al mondo del calcio. In realtà non andò così. Avevo già il mio lavoro, e costruire un gioco richiede tempo, calcoli, verifiche. Quel libro rimase per un po’ sulla mia scrivania. Poi decisi di affrontarlo sul serio: iniziai a studiarlo, a fare i conti, a ragionarci sopra. È lì che tutto è cominciato davvero. L’idea del gioco e il regolamento sono farina del mio sacco, anche se parte dello sviluppo iniziale la condivisi con gli altri soci dello Studio Vit, in particolare con Alberto Rossetti».
Qual è stato il percorso che ha portato alla prima edizione?
«Un percorso complicato. Il primo ostacolo fu trovare qualcuno disposto a provarlo. Né i miei amici né quelli di Alberto volevano saperne. Le reazioni erano quasi sempre le stesse: “Ma sei matto? Che gioco sarebbe?”. Alla fine i primi ‘coraggiosi’ li trovammo nel bar dove andavamo in pausa pranzo. Coinvolgemmo i due titolari, poi un ragazzo che lavorava con loro e, da lì, altri giovani del quartiere sui vent’anni. Con loro facemmo un test durante gli Europei del 1988. Da quel momento il gioco cominciò a funzionare, e nel nostro gruppo diventò un’autentica ossessione. Ricordo che in ufficio, il lunedì, non si parlava d’altro. Finché la nostra socia, Benedetta Torrani, che di calcio e Fantacalcio non si interessava, ci disse: “Avete rotto con questa storia: o ne fate qualcosa di vendibile oppure smettetela”».
«Un percorso complicato. Il primo ostacolo fu trovare qualcuno disposto a provarlo. Né i miei amici né quelli di Alberto volevano saperne. Le reazioni erano quasi sempre le stesse: “Ma sei matto? Che gioco sarebbe?”. Alla fine i primi ‘coraggiosi’ li trovammo nel bar dove andavamo in pausa pranzo. Coinvolgemmo i due titolari, poi un ragazzo che lavorava con loro e, da lì, altri giovani del quartiere sui vent’anni. Con loro facemmo un test durante gli Europei del 1988. Da quel momento il gioco cominciò a funzionare, e nel nostro gruppo diventò un’autentica ossessione. Ricordo che in ufficio, il lunedì, non si parlava d’altro. Finché la nostra socia, Benedetta Torrani, che di calcio e Fantacalcio non si interessava, ci disse: “Avete rotto con questa storia: o ne fate qualcosa di vendibile oppure smettetela”».
Quindi tra i primi test e l’edizione del 1990 passarono parecchi anni.
«In realtà solo due anni. Prima di pubblicare il libro, giocammo due campionati che si rivelarono dei test indispensabili. All’inizio provammo a cercare una partnership per la pubblicazione, ma senza trovare vero entusiasmo. Tra quelli a cui mostrammo il progetto ci fu anche Ivan Zazzaroni, oggi direttore del Corriere dello Sport: lo guardò, lo lesse e disse che non ci aveva capito nulla, liquidandoci. Non fu l’unico… ma fu l’unico ad ammetterlo pubblicamente. Molti interlocutori del mondo editoriale non colsero la portata dell’idea, che a onor del vero era difficile cogliere a quel tempo, così finimmo per autoprodurre la prima edizione del libro del Fantacalcio come Studio Vit. Col senno di poi, quel ritardo si trasformò anche in un colpo di fortuna: arrivammo sul mercato mentre l’Italia ospitava i Mondiali e il nostro campionato viveva una delle sue epoche più scintillanti. Poter fare l’asta per comprare nomi come Maradona, Van Basten e Gullit rese tutto molto più travolgente».
«In realtà solo due anni. Prima di pubblicare il libro, giocammo due campionati che si rivelarono dei test indispensabili. All’inizio provammo a cercare una partnership per la pubblicazione, ma senza trovare vero entusiasmo. Tra quelli a cui mostrammo il progetto ci fu anche Ivan Zazzaroni, oggi direttore del Corriere dello Sport: lo guardò, lo lesse e disse che non ci aveva capito nulla, liquidandoci. Non fu l’unico… ma fu l’unico ad ammetterlo pubblicamente. Molti interlocutori del mondo editoriale non colsero la portata dell’idea, che a onor del vero era difficile cogliere a quel tempo, così finimmo per autoprodurre la prima edizione del libro del Fantacalcio come Studio Vit. Col senno di poi, quel ritardo si trasformò anche in un colpo di fortuna: arrivammo sul mercato mentre l’Italia ospitava i Mondiali e il nostro campionato viveva una delle sue epoche più scintillanti. Poter fare l’asta per comprare nomi come Maradona, Van Basten e Gullit rese tutto molto più travolgente».
Il successo del Fantacalcio ha avuto un impatto ben più grande di quanto si possa pensare. In fondo è stato il primo “gioco di società” davvero accolto anche da un pubblico adulto, no?
«Assolutamente sì. In un certo senso è il gioco stesso a rivolgersi agli adulti/giovani adulti. La gestione di una lega di Fantacalcio non è una cosa semplice. Ci vuole organizzazione, tempo, logistica, capacità. È un gioco che ti impegna per nove mesi circa. Ma partiva da un terreno fertilissimo. Si basava sul calcio, e in un Paese come il nostro questo cambia tutto: qui il calcio è sempre stato quasi una religione. C’è stato fin dall’inizio molto passaparola, non tra le migliaia di giocatori abituali, bensì tra i milioni di tifosi veri, quelli per cui il calcio era già una passione quotidiana. Se fosse rimasto confinato nel mondo dei giochi da tavolo o dei giochi di ruolo, sarebbe rimasto un fenomeno di nicchia».
«Assolutamente sì. In un certo senso è il gioco stesso a rivolgersi agli adulti/giovani adulti. La gestione di una lega di Fantacalcio non è una cosa semplice. Ci vuole organizzazione, tempo, logistica, capacità. È un gioco che ti impegna per nove mesi circa. Ma partiva da un terreno fertilissimo. Si basava sul calcio, e in un Paese come il nostro questo cambia tutto: qui il calcio è sempre stato quasi una religione. C’è stato fin dall’inizio molto passaparola, non tra le migliaia di giocatori abituali, bensì tra i milioni di tifosi veri, quelli per cui il calcio era già una passione quotidiana. Se fosse rimasto confinato nel mondo dei giochi da tavolo o dei giochi di ruolo, sarebbe rimasto un fenomeno di nicchia».
In pratica si fondava su un presupposto molto italiano: siamo tutti commissari tecnici.
«Esatto. Il calcio, da noi, è sempre stato anche questo: una discussione continua, una gara infinita a chi ne capisce di più, a chi legge meglio i giocatori, a chi intuisce prima degli altri. Vero o falso che sia, il Fantacalcio ha trasformato questa pretesa in un gioco concreto, ti dà la possibilità di dimostrarlo, ti mette nelle condizioni di dire: “Io ne capisco più di te, scelgo i giocatori giusti, costruisco la squadra migliore”. Poi diciamolo, ci vuole molta fortuna».
«Esatto. Il calcio, da noi, è sempre stato anche questo: una discussione continua, una gara infinita a chi ne capisce di più, a chi legge meglio i giocatori, a chi intuisce prima degli altri. Vero o falso che sia, il Fantacalcio ha trasformato questa pretesa in un gioco concreto, ti dà la possibilità di dimostrarlo, ti mette nelle condizioni di dire: “Io ne capisco più di te, scelgo i giocatori giusti, costruisco la squadra migliore”. Poi diciamolo, ci vuole molta fortuna».
Il Fantacalcio ha cambiato anche il modo in cui i giornalisti guardavano ai giocatori e li valutavano?
«Non so dire fino a che punto abbia davvero cambiato il loro giudizio, perché molti rivendicavano una distinzione netta: da una parte il Fantacalcio come gioco, dall’altra il loro lavoro di giornalisti. Però è evidente che abbia spostato qualcosa».
«Non so dire fino a che punto abbia davvero cambiato il loro giudizio, perché molti rivendicavano una distinzione netta: da una parte il Fantacalcio come gioco, dall’altra il loro lavoro di giornalisti. Però è evidente che abbia spostato qualcosa».
In che senso?
«Per esempio, alla Gazzetta dello Sport c’era Claudio Gregori, che dava voti durissimi, perfino dei 2. E nel contesto del Fantacalcio quel voto poteva devastare la giornata di un numero enorme di lettori, perché con una valutazione del genere una squadra era praticamente condannata. Lì si vedeva bene la tensione tra due logiche diverse: da un lato l’autonomia del giornalista, sacrosanta; dall’altro il peso che quel giudizio assumeva dentro un gioco popolarissimo tra i lettori del quotidiano. Qualcosa strideva e col tempo il 2 è praticamente sparito come anche il 10 alla carriera, dato a calciatori all’ultima partita, come Ancelotti o Totti».
«Per esempio, alla Gazzetta dello Sport c’era Claudio Gregori, che dava voti durissimi, perfino dei 2. E nel contesto del Fantacalcio quel voto poteva devastare la giornata di un numero enorme di lettori, perché con una valutazione del genere una squadra era praticamente condannata. Lì si vedeva bene la tensione tra due logiche diverse: da un lato l’autonomia del giornalista, sacrosanta; dall’altro il peso che quel giudizio assumeva dentro un gioco popolarissimo tra i lettori del quotidiano. Qualcosa strideva e col tempo il 2 è praticamente sparito come anche il 10 alla carriera, dato a calciatori all’ultima partita, come Ancelotti o Totti».
C’era quindi un rapporto complicato tra giornalismo sportivo e Fantacalcio?
«All’inizio sì, eccome. Gli inviati della Gazzetta dello Sport non lo vedevano molto bene. Anzi. Bisogna ricordare che allora, se chiamavi la redazione e chiedevi di parlare con un giornalista, te lo passavano davvero. Così gli inviati, da Maradei in giù (Lodovico Maradei era la prima firma del calcio in quegli anni) si ritrovavano a sollevare la cornetta e a sentirsi dire: “Non capisci niente di calcio! Hai dato 3 a quello che ha fatto un partitone”, oppure il contrario: “Hai dato 7 a quell’altro che ha giocato malissimo”. È chiaro che, all’inizio, i giornalisti della Gazzetta si mettessero le mani nei capelli appena si nominava il Fantacalcio. Poi, naturalmente, le cose cambiarono. A un certo punto iniziarono a giocarci anche loro. Ricordo ancora Paolo Condò che, quando mi vide per la prima volta, mi abbracciò e mi disse: “Voglio ringraziarti, perché mi hai fatto divertire da matti”. Insomma, tra i giornalisti e il Fantacalcio è stata una lunga storia d’amore e odio. All’inizio, forse, più odio che amore».
«All’inizio sì, eccome. Gli inviati della Gazzetta dello Sport non lo vedevano molto bene. Anzi. Bisogna ricordare che allora, se chiamavi la redazione e chiedevi di parlare con un giornalista, te lo passavano davvero. Così gli inviati, da Maradei in giù (Lodovico Maradei era la prima firma del calcio in quegli anni) si ritrovavano a sollevare la cornetta e a sentirsi dire: “Non capisci niente di calcio! Hai dato 3 a quello che ha fatto un partitone”, oppure il contrario: “Hai dato 7 a quell’altro che ha giocato malissimo”. È chiaro che, all’inizio, i giornalisti della Gazzetta si mettessero le mani nei capelli appena si nominava il Fantacalcio. Poi, naturalmente, le cose cambiarono. A un certo punto iniziarono a giocarci anche loro. Ricordo ancora Paolo Condò che, quando mi vide per la prima volta, mi abbracciò e mi disse: “Voglio ringraziarti, perché mi hai fatto divertire da matti”. Insomma, tra i giornalisti e il Fantacalcio è stata una lunga storia d’amore e odio. All’inizio, forse, più odio che amore».
Il Fantacalcio ha cambiato anche il modo in cui il pubblico si rapportava ai calciatori?
«Sì, perché ha incrinato una visione del calcio interamente basata sul tifo. Prima, per l’appassionato medio, esisteva solo la squadra del cuore: tutto il resto non contava. Il Fantacalcio ha allargato lo sguardo, spingendo i tifosi a seguire il campionato in modo più ampio, più laico, più consapevole. Non si guardava più soltanto alla propria squadra, ma si iniziava a riconoscere anche il valore dei giocatori e delle altre formazioni. In questo senso è stato un piccolo, ma significativo, fatto culturale».
«Sì, perché ha incrinato una visione del calcio interamente basata sul tifo. Prima, per l’appassionato medio, esisteva solo la squadra del cuore: tutto il resto non contava. Il Fantacalcio ha allargato lo sguardo, spingendo i tifosi a seguire il campionato in modo più ampio, più laico, più consapevole. Non si guardava più soltanto alla propria squadra, ma si iniziava a riconoscere anche il valore dei giocatori e delle altre formazioni. In questo senso è stato un piccolo, ma significativo, fatto culturale».
Il successo del gioco ha cambiato anche la sua vita?
«Mi ha permesso di comprarmi una casa, ma non mi ha trasformato in un milionario, anche perché io non ho più niente a che fare col Fantacalcio, se non giocarlo, dal 2002. Dal punto di vista economico avrei potuto fare di più, ma non l’ho fatto perché ho sempre voluto seguire la mia strada, facendo quello che mi piace. E se questo significa non avere i soldi per andare alle Seychelles ogni volta che mi viene voglia, pazienza».
«Mi ha permesso di comprarmi una casa, ma non mi ha trasformato in un milionario, anche perché io non ho più niente a che fare col Fantacalcio, se non giocarlo, dal 2002. Dal punto di vista economico avrei potuto fare di più, ma non l’ho fatto perché ho sempre voluto seguire la mia strada, facendo quello che mi piace. E se questo significa non avere i soldi per andare alle Seychelles ogni volta che mi viene voglia, pazienza».
Oggi, vedendo quanto il Fantacalcio sia entrato nell’immaginario collettivo, prevale in lei l’orgoglio, la sorpresa o una certa distanza?
«La sorpresa è passata nei quasi quaranta anni dalla prima edizione. Non mi ha sorpreso neppure che la Lega Serie A abbia comprato il Fantacalcio, ex Fantagazzetta, per 40 milioni. Per me era nell’ordine delle cose, casomai mi ha sorpreso che ci siano voluti trentasei anni per capirne davvero il potenziale. Più che l’orgoglio, però, quello che mi resta addosso è l’affetto, la stima che mi dimostrano le persone ogni volta che scoprono che sono l’inventore del Fantacalcio».
«La sorpresa è passata nei quasi quaranta anni dalla prima edizione. Non mi ha sorpreso neppure che la Lega Serie A abbia comprato il Fantacalcio, ex Fantagazzetta, per 40 milioni. Per me era nell’ordine delle cose, casomai mi ha sorpreso che ci siano voluti trentasei anni per capirne davvero il potenziale. Più che l’orgoglio, però, quello che mi resta addosso è l’affetto, la stima che mi dimostrano le persone ogni volta che scoprono che sono l’inventore del Fantacalcio».
Il suo percorso è stato molto più ampio delle riviste di videogiochi e del Fantacalcio. Ma c’è un filo rosso che sembra attraversarlo tutto: la capacità di intercettare prima degli altri nuove tendenze ludiche. È successo anche con il Sudoku. Come lo ha scoperto?
«Secondo me certe cose sono nell’aria: c’è chi le sente prima e chi dopo. Bisogna essere curiosi, ricettivi, avere buone antenne. Io ho costruito gran parte della mia vita professionale proprio su questo. Ricordo che stavo cercando un altro gioco, il crucipixel, su siti giapponesi quando mi imbattei nel Sudoku. E fui subito conquistato da quella sfida di pura logica basata sui numeri».
«Secondo me certe cose sono nell’aria: c’è chi le sente prima e chi dopo. Bisogna essere curiosi, ricettivi, avere buone antenne. Io ho costruito gran parte della mia vita professionale proprio su questo. Ricordo che stavo cercando un altro gioco, il crucipixel, su siti giapponesi quando mi imbattei nel Sudoku. E fui subito conquistato da quella sfida di pura logica basata sui numeri».
Che cosa le fece capire che avrebbe potuto funzionare?
«Non smettevo di giocarlo. Poi col tempo trovi anche la spiegazione razionale. Il sudoku, a differenza di un passatempo popolarissimo come le parole crociate, non ti chiede che cosa sai, ma come ragioni. Non c’è bisogno di conoscere una lingua, perché i numeri sono universali. Lo può giocare chiunque, ovunque e mette alla prova il pensiero logico in modo diretto.
«Non smettevo di giocarlo. Poi col tempo trovi anche la spiegazione razionale. Il sudoku, a differenza di un passatempo popolarissimo come le parole crociate, non ti chiede che cosa sai, ma come ragioni. Non c’è bisogno di conoscere una lingua, perché i numeri sono universali. Lo può giocare chiunque, ovunque e mette alla prova il pensiero logico in modo diretto.
Anche in quel caso, però, immagino che gli editori non abbiano capito subito.
«Esattamente. Lo proposi a vari editori, ma nessuno credette che potesse funzionare in Italia. Troppi numeri. Così, ancora una volta, con i miei soci, tra cui c’era sempre Alberto Rossetti, ci rimettemmo a fare gli editori e lo pubblicammo noi. Come già ai tempi di Videogiochi, essendo i primi, il mensile si chiamava Sudoku. Riuscii comunque a convincere il direttore de Il Secolo XIX, che avevo conosciuto quando era in Gazzetta, a pubblicarlo, primo quotidiano in Italia».
«Esattamente. Lo proposi a vari editori, ma nessuno credette che potesse funzionare in Italia. Troppi numeri. Così, ancora una volta, con i miei soci, tra cui c’era sempre Alberto Rossetti, ci rimettemmo a fare gli editori e lo pubblicammo noi. Come già ai tempi di Videogiochi, essendo i primi, il mensile si chiamava Sudoku. Riuscii comunque a convincere il direttore de Il Secolo XIX, che avevo conosciuto quando era in Gazzetta, a pubblicarlo, primo quotidiano in Italia».
Ci sono altre idee sue che hanno avuto lo stesso destino, cioè intuizioni arrivate prima del tempo?
«Diverse. Mi sono trovato a volte anche in contrasto con i miei soci che le ritenevano troppo insolite e prive di riferimenti immediati per risultare rassicuranti».
«Diverse. Mi sono trovato a volte anche in contrasto con i miei soci che le ritenevano troppo insolite e prive di riferimenti immediati per risultare rassicuranti».
Per esempio?
«Per esempio Tuangon, anche se alla fine riuscii a convincerli. Non volevano crederci, mentre io sentivo lo stesso entusiasmo che avevo provato ai tempi del Fantacalcio, perché intuivo che l’idea dei gruppi d’acquisto avrebbe sfondato. Avevo saputo dell’esistenza di un sito chiamato Groupon e ne avevo seguito la crescita negli USA. Con Tuangon volevamo replicare il formato di Groupon in Italia. Sarebbe dovuto andare online nel novembre del 2010. Ma i ritardi nello sviluppo ne fecero slittare il lancio di tre o quattro mesi, facendolo arrivare quasi in contemporanea con lo sbarco in Italia di Groupon, che faceva sostanzialmente la stessa cosa, ma era molto più grosso. Se fossimo riusciti a sfruttare quei tre o quattro mesi, finestra natalizia inclusa, per far attecchire TuangOn, probabilmente Groupon ci avrebbe acquistati. Non andò così, ma non è sempre Fantacalcio.
«Per esempio Tuangon, anche se alla fine riuscii a convincerli. Non volevano crederci, mentre io sentivo lo stesso entusiasmo che avevo provato ai tempi del Fantacalcio, perché intuivo che l’idea dei gruppi d’acquisto avrebbe sfondato. Avevo saputo dell’esistenza di un sito chiamato Groupon e ne avevo seguito la crescita negli USA. Con Tuangon volevamo replicare il formato di Groupon in Italia. Sarebbe dovuto andare online nel novembre del 2010. Ma i ritardi nello sviluppo ne fecero slittare il lancio di tre o quattro mesi, facendolo arrivare quasi in contemporanea con lo sbarco in Italia di Groupon, che faceva sostanzialmente la stessa cosa, ma era molto più grosso. Se fossimo riusciti a sfruttare quei tre o quattro mesi, finestra natalizia inclusa, per far attecchire TuangOn, probabilmente Groupon ci avrebbe acquistati. Non andò così, ma non è sempre Fantacalcio.
Che rapporto ha oggi con i giochi da tavolo?
«Mi piacciono, ma li frequento con prudenza, perché per quanto io sia una persona tranquilla, quando scatta la competizione cambio completamente: odio perdere. Un tempo giocavo molto a Risiko!, ma le partite finivano regolarmente in litigi furibondi, quindi ho smesso. Con i giochi di ruolo, invece, da Dungeons & Dragons in poi, non è mai scoccata davvero la scintilla».
«Mi piacciono, ma li frequento con prudenza, perché per quanto io sia una persona tranquilla, quando scatta la competizione cambio completamente: odio perdere. Un tempo giocavo molto a Risiko!, ma le partite finivano regolarmente in litigi furibondi, quindi ho smesso. Con i giochi di ruolo, invece, da Dungeons & Dragons in poi, non è mai scoccata davvero la scintilla».
Alla fine, se dovesse definirsi con una sola formula, quale sceglierebbe: divulgatore, inventore o curioso?
«Direi una persona curiosa, con buone antenne e una buona capacità di vedere lungo».
«Direi una persona curiosa, con buone antenne e una buona capacità di vedere lungo».
Comunque lo si voglia definire, una cosa è chiara: dalla prima rivista italiana di videogiochi all’intuizione del fenomeno Sudoku, Riccardo ha inciso in profondità sul modo in cui l’Italia ha imparato a guardare al gioco, pur non avendo forse ricevuto il giusto riconoscimento. Il suo lavoro ha contribuito a rendere alcune forme di intrattenimento più visibili, più legittime, più centrali nell’immaginario collettivo. E tutto questo in un Paese che, ancora oggi, come osserva lui stesso, continua spesso a relegare il gioco al rango di sottocultura.







