Incorreggibili2 = + irresistibili:è il teorema di Gian Burrasca

La comicità dei pericoli pubblici in calzoni corti, da esempi da non imitare a personaggi di successo purché restino sulle pagine

Alessandro Sisti
|4 ore fa
Bibì. Bibò, mamma Tordella, Capitan Cocoricò e l'ispettore di Rudolph Dirks, dal 1897 la serie più longeva della storia del fumetto
Bibì. Bibò, mamma Tordella, Capitan Cocoricò e l'ispettore di Rudolph Dirks, dal 1897 la serie più longeva della storia del fumetto
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I fumetti sono roba da bambini… terribili! Non siete d’accordo? Avete ragione, o l’avreste se l’affermazione riguardasse quelli che li leggono, nel qual caso sarebbe doppiamente fasulla poiché i comics possono occuparsi di temi tutt’altro che infantili, nonché in quanto indagini e ricerche hanno dimostrato che i lettori più giovani sono appunto lettori, vale a dire attenti, interessati e meglio informati della media dei loro coetanei. Niente ragazzini pestiferi insomma, almeno per ciò che si riferisce al pubblico. Nelle vignette è tutta un’altra storia, perché il marmocchio combinaguai è un ingrediente garantito e senza data di scadenza: facciamone un protagonista e avrà successo. Come ogni ricetta anche questa ha però le sue regole (una in particolare), da conoscere e rispettare per ottenere un personaggio che sia una calamità naturale in formato ridotto e nonostante ciò inneschi approvazione e immedesimazione. Uno come Bart Simpson, creato nel 1987 dal cartoonist Matt Groening per la serie animata “The Simpson’s” e dilagato dagli schermi televisivi alla carta stampata. Per chi non lo conoscesse, l’ineducabile Bart è l’unico erede maschio della famiglia Simpson; fortunatamente, perché lui basta e avanza. Svogliato, indisciplinato e villano, la sua k-word – cioè la battuta ricorrente che lo caratterizza – è “ciucciami il calzino”, adattata dall’elegante originale “eat my shorts”. In più è bugiardo, astuto e con un gusto per gli scherzi esagerati e perfidi che trascendono i limiti dei suoi dieci anni, arrivando a trasformarsi in cataclismi che coinvolgono l’intera città di Springfield dove vive. Un autentico pericolo pubblico, da confinare su un’isola deserta prima che cresca e faccia di peggio, eppure di tanto in tanto Bart spiazza lettori e spettatori con inattesi slanci di gentilezza e generosità, perfino a suo proprio discapito, sicché è inevitabile scusarlo. Per citare Jessica Rabbit «non è cattivo, è che lo disegnano così».
Le tendenze distruttive non sono però necessariamente il tratto fondamentale dei pargoli sfrenati, perché anche l’eccessiva intelligenza può risultare perniciosa. È il caso di Phineas e Ferb, pure loro trasversali dall’animazione al fumetto, inventati nel 2007 da Dan Povenmire. L’eclettico Ferb e il taciturno fratellastro Phineas, che raramente spiccica qualche parola con voce di basso ma pensa a tutto spiano, non puntano a far danni, sennonché come tutti i bambini sono dotati d’una fantasia scatenata, che per disgrazia si accompagna a sbalorditive capacità tecnologiche. Così, appena hanno campo libero, costruiscono nel giardino di casa un gigantesco e poco rassicurante cane robot o addirittura un varco dimensionale per entrare in uno spazio alternativo, dove giocare partite di calcio non soggette alle normali regole fisiche. Invenzioni potenzialmente apocalittiche che la petulante sorella teenager Candace corre a denunciare alla mamma, ma per una ragione o per l’altra – sempre o quasi casualmente – tutto torna alla normalità prima che possa mostrargliele. Senza conseguenze, dunque perché farne una colpa a Phineas e Ferb? Se la loro popolarità resiste da quasi vent’anni e quella di Bart Simpson il doppio, guardando indietro troviamo un precedente ancor più durevole in “Dennis the Menace”, ossia “Dennis la minaccia”, di Hank Ketcham, pubblicato dal 1951 fino a oggi e distribuito in 48 nazioni. Ribattezzato in Italia Totò Tritolo sul “Corriere dei Piccoli” degli anni 60, Dennis non ha la malignità di Bart né l’intelletto incontenibile di Phineas e Ferb, nondimeno ne combina di tutti i colori, poiché semplicemente non calcola le conseguenze di ciò che fa. Quasi dimenticato nel nostro Paese, negli Stati Uniti ha seguito un percorso che dai fumetti è sfociato in tre serie televisive e sei film, in uno dei quali a interpretare il ruolo del signor Wilson, sventurato vicino di casa di Dennis, è nientemeno che Walter Matthau. Bart che in fondo ha un cuore d’oro, Phineas e Ferb che a tirare le somme non fanno nulla di male e l’irresponsabile e a modo suo innocente Dennis delineano la regola della quale dicevo più sopra, consistente nel giustificare – almeno emotivamente – questi devastanti personaggi, così che i bimbi buoni di tutte le età (i giovanissimi non sono i soli a seguirli) possano apprezzarli e sfogare per interposta persona la voglia di trasgredire. È la stessa dinamica, ancora valida dopo quasi 120 anni, del Gian Burrasca citato nel titolo, ovvero Giannino Stoppani, soprannominato “burrasca” per il talento nel causare catastrofi e protagonista de “Il Giornalino di Gian Burrasca” di Vamba, pseudonimo del giornalista Luigi Bertelli, pubblicato a puntate dal 1907 su “Il Giornalino della Domenica”, fondato da Vamba e antesignano dei periodici nazionali per ragazzi. Le imprese dell’antico discolo partono con le migliori intenzioni per culminare in disastri, di cui Gian Burrasca – diversamente dagli emuli che lo seguiranno – sconta gli esiti finendo perfino in collegio, ultima risorsa correttiva dei suoi tempi.
La copertina d'epoca del "Giornalino di Gian Burrasca" di Vamba
La copertina d'epoca del "Giornalino di Gian Burrasca" di Vamba
È uno spartiacque fra il modo di raccontare attuale e quello d’allora, che fondava il divertimento sulle malefatte delle piccole pesti, ma le portava a conclusioni punitive per ammonire i giovani lettori. La morale educativa era inevitabile anche nelle prime strisce, come quella dei Katzenjammer Kids, che vanta il primato della più longeva nella storia dei comics. La serie, iniziata addirittura nel 1897 e proseguita fino alla fine del secolo scorso, è ambientata dal fumettista tedesco-americano Rudolph Dirks in una non ben definita colonia germanica in Africa, dove due inarrestabili fratellini – in Italia conosciuti come Bibì e Bibò – sono i soli della loro età e per non annoiarsi danno fondo a tutta la loro deleteria inventiva. Ne fanno le spese il Capitano – chiamato Capitan Cocoricò sul Corriere dei Piccoli, dove le storie erano ristampate senza i balloon e corredate da strofe con la rima accattivante fra Bibì, Bibò e Cocoricò – che non si sa se sia il padre ma per sua disgrazia ne fa le veci, insieme agli altri residenti adulti. In mancanza d’un collegio che li renda inoffensivi, Bibò e Bibò Katzenjammer vengono castigati a suon di battipanni dalla mamma (questa per definizione “semper certa”), nota da noi come la Tordella. Gli va bene, considerato che Dirks dichiarò d’essersi ispirato ai racconti illustrati di “Max und Moritz” del compatriota Wilhelm Busch, progenitori dei fumetti. Precursori nel lontano 1865 di tutti i peggiori monelli, Max e Moritz sono anche i più imperdonabili e ordiscono burle feroci, ma siamo nell’800 e ai fanciulli va insegnato che le birbonate non restano impunite, senza farsi problemi di non traumatizzarli. Perciò Max e Moritz restano vittime dei loro stessi tiri, cadono nell’impasto del panettiere e vengono infornati, poi macinati da un mugnaio e mescolati al pastone per le oche. Una lezione truculenta, ma efficace, perché a lungo andare la simpatia vince sul temperamento incorreggibile, che finisce riveduto e corretto. È andata così a Qui, Quo e Qua (Huey, Dewey e Louie), i nipotini di Paperino creati da Ted Osborne e Al Taliaferro, che nel 1937 debuttano sulle tavole domenicali a fumetti dei quotidiani come un trio di tremendi gemelli. Lo zio è incapace di contenerli, tuttavia negli anni Qui, Quo e Qua sono maturati divenendo più saggi e assennati di lui, che rimane l’eterno impulsivo di sempre. E meno male, perché non si cresce mai abbastanza per non essere ancora almeno un po’ bambini terribili.
Qui, Quo, Qua alla fine degli anni Trenta. Ora sono i perfetti nipoti, ma allora...
Qui, Quo, Qua alla fine degli anni Trenta. Ora sono i perfetti nipoti, ma allora...