Pippo de'Pippis, "spalla" di successo che insegna a scrivere storie
Stralunato, serafico e spiazzante, l'irresistibile Goofy della Disney ha compiuto 94 anni lunedì scorso
Alessandro Sisti
|14 ore fa

Pippo @Disney
Cerco un aggancio con l’attualità. Potrebbe essere che alla grande mostra in corso al MAXXI di Roma e dedicata ad Andrea Pazienza col titolo “Non sempre si muore” c’è senza dubbio anche lui, Pippo, nella versione tossica e trasgressiva di Paz. Oppure un bell’anniversario di quelli a cifra tonda, sempre utili come pretesto per parlare dei protagonisti a fumetti; sennonché Pippo, seppure abbia debuttato sugli schermi cinematografici proprio in questi giorni, un 25 maggio, l’ha fatto nel 1932, per cui i conti non tornano. D’altra parte, se per dedicare una puntata dell’Officina a un qualunque personaggio attenderei il decennale o il cinquantennale, di uno che come lui in ogni cosa segue una logica tutta sua ha probabilmente più senso celebrare il novantaquattrennale-e-tre-giorni, anche perché da un pezzo ho voglia di raccontarlo dal mio punto di vista di sceneggiatore. Cominciando da una biografia minima che ha inizio appunto nel ’32, novantaquattro anni fa, con il cortometraggio disneyano “Mickey’s Revue”, un breve cartoon musicale in bianco e nero di quelli che allora venivano proiettati prima del film vero e proprio, dove Topolino dirige un’orchestra per accompagnare alcuni numeri di ballo e fra il pubblico c’è Pippo. Porta la barba e gli occhiali, è una versione un po’ invecchiata di quella che diverrà famosa, sgranocchia noccioline e ride. La sua risata suona di per sé comica, stonata e gutturale come un singhiozzo, e fa intuire agli animatori dei Disney Studios che ha del potenziale e non è solamente un’occasionale comparsa. A portarlo sulle pagine dei fumetti l’anno seguente sono lo sceneggiatore Merril De Maris e il disegnatore Floyd Gottfredson nella storia “Topolino poliziotto e Pippo suo aiutante” (“The Crazy Crime Wave” nell’originale americano), dove ha già l’aspetto che manterrà accanto al Mickey Mouse in calzoni corti, e nel 1935 il regista e animatore Art Babbit lo caratterizza definitivamente per il cinema. Quello che in principio veniva indicato genericamente come Dippy Dawg, ovvero “il cane svitato” dalla trascrizione della pronuncia “dawg” per “dog”, ma anche con il significato di “amico svitato” che “dawg” ha nello slang statunitense, ora è Goofy, un nome proprio che ammiccando a “goof” come “goffo” lo battezza e lo descrive.

La sua carriera è partita, nei disegni animati forma un trio insieme a Topolino e Paperino e nei comics acquista un’identità sempre meglio definita. È un tipo strampalato, buono e ingenuo, guida un’auto che è un pezzo da museo e abita in una villetta un po’ fatiscente e disordinatissima, perché l’ordine e la manutenzione non rientrano nei suoi schemi mentali. Eppure nasconde (involontariamente) qualcosa di speciale, tanto da trasformarlo in un genio – forse per una botta in testa, mentre un’altra lo riporterà alla normalità – che nell’avventura del 1955 “Pippo cervello del secolo” scritta da Bill Walsh dichiara «Mi piace chiacchierare un poco, mentre compongo poesie in sanscrito con la mano destra e risolvo formule con la sinistra». Da simili premesse è stato tratto di tutto, in particolare nelle migliaia di storie realizzate in Italia e pubblicate in tutto il mondo, ma non è sulla sua evoluzione che desidero attirare l’attenzione, bensì sul fatto che Pippo de’ Pippis, che nel nostro Paese ha ricevuto anche un cognome, è un esempio ideale e impareggiabile da manuale di scrittura creativa. Nel mestiere di scrivere s’impara l’importanza della “spalla”, il personaggio comprimario che affianca quello principale, innanzitutto per evitare che quando il protagonista deve ragionare o fornire spiegazioni parli da solo. Però c’è di più, perché all’eroe, in cui il lettore s’identifica, vanno attribuite le qualità migliori. È intrepido e perspicace, magari perfino un intellettuale, serio quanto basta e costantemente focalizzato sulla necessità di portare avanti l’impresa. Perciò, se vogliamo renderlo credibile, non potrà essere anche il contrario. Non sarà concentrato e determinato e allo stesso tempo svagato e distratto, audace e un po’ fifone e meno che mai apparirà ridicolo. Tuttavia capita che anche queste caratteristiche servano per far passare inosservato un dettaglio che si rivelerà critico o per alleggerire il racconto con qualcosa di divertente, dunque sarà la spalla a farsene carico. L’eroe progettato a dovere è coraggioso, deciso e brillante come Topolino e il suo compagno al contrario è svaporato e non del tutto presente, timoroso quando occorre e capace di strappare una risata come Pippo. Insieme, nel loro specifico caso come per ogni altra coppia del genere, formano un personaggio completo che offre al pubblico tutto ciò che può accontentarlo. Per questo a Mickey, che negli anni Trenta era proposto come un ragazzo dai solidi principi e ottimista, ma anche giovane, spontaneo e fiducioso, veniva affiancato il concreto e talvolta prosaico Orazio, mentre quando Topolino è diventato un perfetto cittadino, assennato e ben integrato nel tessuto sociale di cui è difensore e campione, si è reso necessario mettergli accanto uno come Pippo, che presumibilmente crede che un vocabolo come “integrato” sia il contrario di “disintegrato”.
Uguale importanza ha poi per la tecnica narrativa lo studio degli archetipi, dai quali si costruiscono i personaggi. Il mentore che insegna all’eroe come trovare la propria strada oppure l’ambiguo, che complica la trama poiché non si sa da che parte stia, e ancor più l’eccentrico, quello positivo ma strano, che non si lascia incasellare e non corrisponde alle regole che guidano gli altri. È un modello in cui il lettore – o lo spettatore – si riconosce. Non completamente, però volentieri, perché tutti amiamo pensarci speciali, differenti e non giudicabili con i criteri comuni. Eccentrici di successo come Sherlock Holmes, che per contro, nella sua superiorità, può sembrare distaccato e lontano. Non Pippo, che si fa perdonare della stramberia con la generosità e la disponibilità, l’affetto incondizionato per gli amici e l’attaccamento a una famiglia sterminata con zii e cugini tali e quali a lui nell’intero pianeta, perché il suo non è un caso isolato. Ovunque ci sono Pippidi (come i suoi parenti si chiamano gergalmente fra gli addetti ai lavori), tanto da renderlo non un bislacco vicino di casa quanto una parodia dell’individuo qualunque, perfino con moglie e figli che gli sono stati affibbiati per interpretare quel ruolo in alcune serie d’animazione. Pippo sbaglia spesso, facendolo assolve anche il suo pubblico e quando si dimostra più intelligente del previsto ci gratifica. Intelligente, perché per quanto possa sembrare sprovveduto, non è uno sciocco. Semmai il portatore di una visione alternativa del reale, preziosa per scrivere storie con la perenne esigenza di risposte non banali o già viste. Pippo è un professionista del pensiero laterale, che invita a non seguire i percorsi più ovvi e a guardare alle cose da una differente prospettiva, per ottenere soluzioni inaspettate. Lui lo fa istintivamente, senza ansie e nell’invidiabile serenità di chi non ha capito la situazione e neppure sente il bisogno di riuscirci. Si mette in moto per giungere a un risultato, per arrivare da qualche parte e immancabilmente da qualche parte arriverà. Non necessariamente alla destinazione originaria, ma non se ne farà un problema e per i suoi lettori sarà anche meglio, perché se è scontato che la conclusione di ogni storia veda il protagonista vincente, un finale sorprendente è sempre preferibile a uno già immaginato.





