"Portobello": la tragedia "cristologica" di Enzo Tortora secondo Marco Bellocchio

Con un eccezionale Fabrizio Gifuni, il regista porta su HBO Max uno dei casi mediatico-giudiziari più tragici

Fabrizia Malgieri
|3 ore fa
Enzo Tortora alla conduzione di "Portobello"
Enzo Tortora alla conduzione di "Portobello"
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 In molti manuali di storia della televisione italiana, si è soliti definirlo "il format dei format" - l’antesignano di quelli che saranno i generi ricorrenti del piccolo schermo dagli anni Ottanta in avanti. Perché, non era solo "un mercato pazzerello dove trovi questo e quello e c’è pure un pappagallo con il becco giallo", come si canticchiava nella sua iconica sigla d’apertura, ma "Portobello" può essere considerato uno dei pilastri della tv nazionale che ha generato quelli che saranno i programmi che andranno a caratterizzare il medium televisivo da quel momento in poi. C’è un po’ di "Stranamore", "I Cervelloni", "Chi l’ha visto?", "C’è posta per te", "Agenzia matrimoniale" nella trasmissione ideata e condotta da Enzo Tortora - considerato a sua volta uno dei padri fondatori della televisione italiana - e che faceva compagnia ogni venerdì in prima serata sulla Rete 2.
L’originalità di "Portobello" - il cui nome si ispira all’omonimo mercatino di Londra, a Portobello Road - risiedeva nella sua straordinaria capacità di alternare registri molto diversi tra loro, un programma che oggi definiremmo "post-moderno" per la sua abilità nel fondere tra loro generi persino antitetici, dove il grande e potente fil rouge era rappresentato dallo stesso Tortora, un vero e proprio deus ex machina che muoveva i fili in modo quasi impercettibile con quel garbo e quell’eleganza che lo hanno sempre contraddistinto. L’altra grande novità di "Portobello" - ancor prima di "Pronto, Raffaella?", altro programma televisivo cruciale nella tv degli anni Ottanta - stava nell’approdo, per la prima volta, del pubblico da casa al tessuto narrativo della trasmissione: seppur mediato (quanto meno agli inizi) dalle centraliniste presenti in studio che fungevano da filtro alle chiamate da casa, con "Portobello" il pubblico da casa ha potuto diventare parte "attiva" del programma stesso, non essere più solo mero spettatore, ma interagendo con lo stesso conduttore attraverso il telefono in modo assolutamente inedito per l’epoca. La popolarità di "Portobello", tuttavia, non risiede solo nell’aver contribuito a dare forma e contenuto alla televisione italiana degli anni successivi, quando si assiste all’ascesa della tv commerciale; sfortunatamente, la trasmissione è diventata nel tempo anche un simbolo di uno dei più grandi errori giudiziari che hanno coinvolto il suo conduttore, Enzo Tortora.
Una scena della serie di Marco Bellocchio
Una scena della serie di Marco Bellocchio
È proprio a partire da questo caso eclatante, che sconvolse l’Italia dell’epoca, che si snoda la nuova mini-serie - in esclusiva per la piattaforma Hbo Max - diretta dal regista Marco Bellocchio, dal titolo "Portobello". L’autore, orgogliosamente bobbiese, è da sempre uno dei Padri fondatori e Maestri del Cinema Italiano che hanno contribuito a forgiare la settima arte del nostro Paese, andando a indagare e analizzare la Storia politica, sociale e del costume nazionale attraverso la sua ricchissima e variegata filmografia. Interpretato da un eccellente Fabrizio Gifuni (Enzo Tortora), il serial a firma di Bellocchio ripercorre la dolorosa vicenda che vide protagonista (suo malgrado) il celebre conduttore, accusato da alcuni collaboratori di giustizia di far parte di un’organizzazione camorristica dedita al traffico di droga. Nonostante porti il suo nome, "Portobello" non mostra mai il programma, se non agli inizi della primissima puntata o attraverso le mura del carcere dove troviamo i pregiudicati Giovanni Pandico, Giovanni Melluso (soprannominato "Gianni il bello") e Pasquale Barra, quest’ultimo legato a Raffaele Cutolo. Come in molte sue opere cinematografiche precedenti, anche in questa serie televisiva Marco Bellocchio offre uno sguardo oltremodo kafkiano al processo a Tortora, in cui testimonianze di criminali e mitomani vengono considerati più credibili delle prove reali. La potente critica sottesa alla serie del regista sta nel mostrare un sistema giudiziario che costruisce una narrazione accusatoria indipendentemente dalla verità, trasformando la vita del protagonista in una sorta di tragedia inevitabile; una vicenda in cui macchina giudiziaria e macchina mediatica si alimentano in modo vicendevole, costruendo una narrazione paradossale.
Un eccezionale Fabrizio Gifuni è Enzo Tortora
Un eccezionale Fabrizio Gifuni è Enzo Tortora
Ad alimentare il surrealismo e l’assurdità che circonda l’intera vicenda, c’è anche la presenza di una nutrita galleria di personaggi eccentrici o disturbati, che entrano in scena per minare la figura del conduttore Tortora per motivi futili e assolutamente insensati: invidia, ambizione, frustrazione. La regia di Bellocchio appare spietata, duramente carnale nella ricostruzione fattuale e umana dei vari personaggi che abitano "Portobello", permettendo all’autore piacentino di riflettere su quelle che, in senso allargato, sono le piaghe che affliggono l’intera società contemporanea. Il tema di fondo è quello della "banalità del male": un uomo che, a sua insaputa, si ritrova coinvolto in un caso mediatico senza precedenti - le cui fila sono mosse da esseri umani senza scrupoli che decidono di distruggere "l’idolo" per ragioni incredibilmente banali. "Portobello", dunque, non si pone come mera ricostruzione storica di una vicenda giudiziaria tra le più complesse viste nel nostro Paese, ma soprattutto come una riflessione sulla società contemporanea, in particolare quella italiana, e sui suoi meccanismi di potere. Attraverso il vissuto tragico, quasi cristologico, di Enzo Tortora, Bellocchio intende riflettere su temi differenti che, in un modo o nell’altro, possono crudelmente sovrapporsi: la fragilità della giustizia, il potere manipolatorio dei media, la tendenza della società a creare e distruggere i propri idoli. L’atto finale è quello di una serie che è in grado di far dialogare tra loro il dramma storico, l’analisi psicologica e l’allegoria politica, trasformando un evento reale in una tragedia civile capace di portare lo spettatore a porsi domande anche sul presente. In definitiva, la serie di Marco Bellocchio restituisce al caso Tortora una dimensione che va ben oltre la semplice cronaca giudiziaria, trasformandolo in un potente racconto sul rapporto tra individuo, istituzioni e opinione pubblica. Attraverso uno sguardo lucido e impietoso, il regista utilizza la vicenda del celebre conduttore per interrogare le fragilità strutturali della società italiana, mettendo in luce come il confine tra verità e narrazione possa diventare pericolosamente labile quando giustizia, media e potere si intrecciano. In questo senso "Portobello" si configura come un’opera profondamente civile, capace di riaprire una ferita ancora viva nella memoria collettiva e, allo stesso tempo, di invitare lo spettatore a riflettere criticamente sul presente, ricordando quanto sia fragile la reputazione di un individuo quando viene travolta dalla forza incontrollabile della macchina mediatica e giudiziaria.