Watergate al cinema, la cronaca diventa mito. Il primato della verità sugli intrighi di potere
I 50 anni di “Tutti gli uomini del presidente”, viaggio nel filone dell’impegno civile con Redford e Hoffman
Redazione Online
|4 ore fa

“Tutti gli uomini del presidente” è uscito nelle sale americane il 9 aprile 1976
Nell’era digitale si può considerare vecchio il film cult “Tutti gli uomini del presidente”, uscito nelle sale americane il 9 aprile 1976? A mio parere no, nonostante l’assenza di web e social, IA con cui si sviluppa una gran parte di giornalismo attuale. Sono proprio le parole del regista del film, Alan J. Pakula, che rafforzano la mia idea: «La verità è più difficile da rendere credibile della finzione, sullo schermo. C’è una infinità di dettagli in questo film così da rafforzare il senso di realtà, ma non è certo un documentario: non volevo usare il bianco e nero perché avrebbe istantaneamente qualificato il film come “serio” o “nostalgico”, né volevo usare tecniche da cinegiornale. “All the President’s Men” tratta del potere della parola, la penna che è più potente della spada, la macchina da scrivere come arma».
A distanza di tanti anni, lo scandalo Watergate rimane insuperato per l’impatto storico, le conseguenze politiche, per come fece crollare un intero sistema di potere e chi lo guidava: Richard Nixon, il 37° Presidente degli USA.
Due giornalisti del “Washington Post”, Bob Woodward e Carl Bernstein, ebbero un ruolo determinante nello scoprire il sistema corruttivo e di spionaggio su cui si basava l’amministrazione Nixon, e furono i primi esempi di “investigative journalism” capace di influenzare la opinione pubblica e le accademie della carta stampata. Il film racconta l’impresa dei due giornalisti che scoprirono e denunciarono la piramide degli illeciti voluti da Nixon in persona per far politicamente fuori chiunque gli desse il minimo fastidio. A mio parere, né Nixon – gli intrighi del potere di Stone né Frost/Nixon di Howard, hanno mostrato in modo così chiaro chi fosse quell’uomo.
Robert Redford, reduce dal grande successo de “I tre giorni del Condor” (1975), fu il deus ex machina del film che descrive il trionfo della stampa quando è fatta bene, quando chi la guida ha il coraggio di indagare e mettersi contro. Si era a tal punto incaponito contro le nefandezze di Nixon che convinse Bernstein e Woodward a racchiudere la loro inchiesta ancora calda nel libro “All The President’s Men” (titolo che richiama alla memoria “All King’s Men” di Robert Rossen del 1949).
Pubblicato nel 1974, Redford ne comprò i diritti e convinse la Warner Bros a finanziare il progetto di farne un film. Non solo: scelse di interpretare il personaggio di Woodward, propose ad Alan Pakula la regia dopo avere apprezzato il notevole “Perché un assassinio” (1974) e si dannò per trovare a chi dare il ruolo di Bernstein (Dustin Hoffman).
A distanza di mezzo secolo, “Tutti gli Uomini del Presidente” è considerato un totem cinematografico della guerra tra potere e informazione, un quadro realistico completo e scevro da ogni retorica di quanto difficoltoso, pericoloso e sfibrante sia il mestiere del giornalista d’inchiesta vero.
Quattro Oscar nel 1977, due statuette per la sceneggiatura ipnotica di William Goldman e per il miglior attore non protagonista, Jason Robards, che interpretava il caporedattore Ban Bradlee, un successo di pubblico e critica unanime, tanto che lo stesso titolo è diventato patrimonio comune.
Il binomio Redford-Pakula è alla base della fortuna dell’opera: da un lato il forte impegno civile che ha sempre sostenuto il grande attore americano, dall’altro il talento visionario del regista di origini polacche sostenuto dalla fotografia crepuscolare del genio Gordon Willis. Pakula gioca abilmente con i contrasti di luce nella redazione del “Washington Post”, ricostruita in studio con precisione kubrickiana (altra statuetta).
Come plusvalore, l’interpretazione di Dustin Hoffman nel ruolo di Carl Bernstein, giocata tutta in contrasto con quella del collega Redford-Woodward: tanto uno è umorale, nevrotico, istintivo tanto l’altro è misurato, rigoroso, razionale. La loro chimica sullo schermo è palpabile. Ogni attività giornalistica sembra trasformata: anche il semplice rispondere al telefono.
Momenti di suspense non mancano e la loro interpretazione conferisce al film una profondità che si mescola perfettamente con la trama avvincente. Disposto a sacrificare tutto sull’altare delle notizie, non ci sarebbe stato nessun Watergate senza l’irremovibilità di Bradlee: una aggressività, una tenacia, e un caratteraccio che si trovano intatti in Jason Robards che nel film di Alan J. Pakula lo interpreta. E pensare che Pakula, all’inizio, non voleva Robards, e gli sembrava fiacco per incarnare un temperamento simile. Mai scelta fu invece più felice. Anche i grandi sbagliano; ma poi creano dei capolavori assoluti.
Mirella Granelli
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