Studiamo la lezione d'oro della Norvegia

Il successo alle Olimpiadi figlio di scelte forti e precise, proviamoci anche in Italia

Michele Rancati
Michele Rancati
|10 ore fa
Johannes Hoesflot Klaebo trionfa accolto dai compagni della staffetta di sci di fondo
Johannes Hoesflot Klaebo trionfa accolto dai compagni della staffetta di sci di fondo
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La Norvegia sta dominando il medagliere delle Olimpiadi invernali di Milano Cortina, la sua nazionale di calcio ha umiliato l’Italia nel girone di qualificazione ai Mondiali grazie a campioni come Erling Haaland, trionfa nell’atletica leggera con i fenomeni Jakob Ingebrigtsen e Karsten Warholm e comanda persino il circuito internazionale di beach volley con Anders Mol e Christian Sørum.
Come è possibile per una nazione che ha 5,6 milioni di abitanti, praticamente la popolazione della sola regione Lazio? La risposta non è un segreto, anzi è quanto di più pubblico ci possa essere: due leggi del governo. Il “Children’s Rights in Sport” (Diritti dei bambini nello sport) e le “Provisions on Children’s Sport” (Disposizioni per lo sport dei bambini) sono norme che proibiscono punteggi e classifiche fino a 13 anni. Così bambini e ragazzi giocano solo per passione, senza pressioni di genitori e allenatori e sono liberi di crescere seguendo ciascuno il proprio sviluppo personale. Se sono un po’ più “indietro” degli altri, vengono aspettati e non scartati. E poi magari esplodono. 
In molte altre nazioni (pensiamo al calcio in Europa o agli Stati Uniti con basket, football e baseball) i giovani atleti sono spinti verso la specializzazione e la competizione fin da piccolissimi. La selezione inizia prestissimo, anche in piccole realtà provinciali, portata avanti da dirigenti spesso miopi e sostenuta da famiglie poco attente al reale benessere dei figli. Così tanti presunti baby-fenomeni abbandonano lo sport presto, quando vedono sfumare il sogno del professionismo.
La Norvegia ha fatto la scelta opposta: prima i bambini imparano, giocano e si divertono, la competizione viene dopo, quando sono più maturi. E quando arriva, se non si tratta di gare federali nazionali, che possono disputare solo dopo i 13 anni, c’è un altro obbligo: premiare tutti i partecipanti, non solo chi vince o finisce sul podio. Così tutti hanno un riconoscimento tangibile, fosse anche una medaglietta di latta, dello sforzo fatto in allenamento.
Altro aspetto non di poco conto: in Norvegia, tutti coloro che lavorano con minorenni nello sport devono presentare un certificato di polizia e seguire regole severe di protezione da abusi e discriminazioni. Così le famiglie sono tranquille e spingono i ragazzi alla pratica sportiva.
Questo approccio ha effetti tangibili: circa il 93% dei bambini norvegesi pratica regolarmente uno sport in maniera sistematica, il tasso di abbandono dell’attività fisica durante l’adolescenza è tra i più bassi al mondo, i ragazzi sviluppano abilità in molti sport invece di specializzarsi troppo presto, aumentando la probabilità di emergere in discipline diverse e ottenendo una formazione atletica più completa. La Norvegia non progetta i campioni sportivi (come fanno soprattutto gli americani), ma se li trova pronti. Deve solo specializzarli e negli sport invernali lo fa, ma solo dopo l’adolescenza, con l’Olympiatoppen, il centro d’élite dove tutti condividono strutture, nutrizionisti e psicologi. La conoscenza è trasversale: una scoperta aerodinamica nello sci alpino viene applicata immediatamente al salto con gli sci. Un sistema all’avanguardia che evidentemente sta portando grandi risultati. La medaglia d’oro è solo la punta di diamante di un sistema che funziona, senza esasperazioni.
Tutto il contrario di quanto avviene da noi, dove si insegue il risultato a tutti i costi. Ricordate quando alle Olimpiadi di Parigi 2024 l’ex schermitrice Elisa Di Francisca criticò l’allora 19enne nuotatrice Benedetta Pilato perché disse di essere “troppo contenta” per il quarto posto centrato nella gara dei 100 rana? E sui social trovate i glaciali complimenti che la campionessa di sci Sofia Goggia ha riservato alla collega Federica Brignone dopo il secondo miracoloso oro di questi Giochi. Alla faccia dello spirito olimpico.
E mentre proviamo a imparare la lezione norvegese, pensiamo a come l’Italia possa in qualche modo invertire la rotta. Io lancio qualche proposta alla Figc di Piacenza e a quella regionale, che hanno presentato la “partita applaudita”. In questo fine settimane, le società aderenti all’iniziativa vieteranno ai propri tifosi di tifare contro gli avversari e di criticare l’arbitro. Bene, ma troppo poco. Diamo ai dirigenti e ai direttori di gara la possibilità di sospendere le sfide o quantomeno di fermarle fino a quando chi contesta un fischio, magari per una rimessa laterale a metà campo, non si è allontanato.
E coinvolgiamo di più i giovani. Avete presente i bambini che tornano da scuola e ti sgridano se non butti il vasetto dello yogurt nel sacchetto della differenziata? Facciamo lo stesso in campo, con i figli che riprendono papà e mamme sugli spalti e magari anche il proprio allenatore. Si eviterebbero scene squallide come quelle capitate qualche giorno fa, in uno scontro di bassa classifica tra ragazzini, con un mister ammonito per proteste dopo un fallo a proprio favore e un gruppo di genitori che invita a «spaccare le gambe agli avversari». Non arrendiamoci a questa “normalità”, torniamo a scandalizzarci.