Aghito Zambonini, è la fine di un’era: fabbrica vuota e operai senza stipendio
Tra arretrati e cassa integrazione fantasma, in 75 attendono il tavolo in Regione: si decide tra l’esercizio provvisorio e il licenziamento

Paola Brianti
|1 settimana fa

È vuota la fabbrica della Aza Corp di Fiorenzuola. Nel silenzio, lavorano soltanto le ultime addette all’amministrazione, traghettatori incaricati di istruire le pratiche per la liquidazione giudiziale, decretata lo scorso 24 aprile dal tribunale di Padova. È l’atto finale per un marchio storico, nato dall’unione tra la Zambonini di Fiorenzuola e la Aghito di Noventa Padovana, eccellenza che ha firmato le facciate continue in vetro di edifici iconici come il grattacielo dei Mille, la Nuvola Lavazza, la sede di Google, l’auditorium di Renzo Piano a Parma. Una fine impietosa e vicende giudiziarie che hanno coinvolto i vertici dopo il rogo della Torre del Moro di Milano, tra cui Ettore Zambonini, condannato a due anni e sei mesi.
L’inizio della fine
Ad aprile 2025 in via Spinazzi lavoravano 132 persone. La bufera della crisi le ha ridotte a 75. Ma chi ancora non si è licenziato dallo stabilimento in Valdarda, attende lo stipendio di dicembre e la tredicesima, il cui pagamento non è stato autorizzato dal giudice per carenza di liquidità, e persino la cassa integrazione straordinaria per crisi, che è stata concessa a gennaio ma mai erogata, incagliata in un groviglio burocratico tra Inps e ufficio paghe, lasciando metà della forza lavoro senza alcun ammortizzatore sociale da mesi. Da dicembre senza un euro. E non un’ora di sciopero, non un picchetto, non una protesta. Non per mancanza di spirito.
Le responsabilità
Se una protesta non c’è stata, è perché in ballo c’erano trattative importanti e delicate, due aziende pronte a subentrare alla proprietà entrata in concordato preventivo. Vani però sono stati tutti i tentativi di salvataggio. Su questo punto la Fiom di Padova rileva responsabilità chiarissime, ossia aver "perseguito unicamente l’obiettivo di salvare, anziché l’impresa, il singolo imprenditore". Che avrebbe voluto mantenere quote della sua azienda, anche quando le intenzioni degli acquirenti erano altre.
Lorenzo Bruschi, Fiom Cgil Piacenza, spiega che la responsabilità dell’azienda è, anche, "la mancanza di trasparenza e un immotivato ottimismo, quando per noi la difficoltà dell’operazione era evidente. Ci sono dipendenti che sono lì da vent’anni e che non hanno mai ottenuto una risposta franca".
Il tavolo e i creditori
Data cruciale ora è quella di venerdì 8 maggio, quando si terrà un tavolo in Regione alla presenza di sindacati, curatori, avvocati e istituzioni di Emilia-Romagna e Veneto. In quella sede, il curatore Luca Pieretti, che già seguiva il concordato e che garantisce una continuità nella procedura, dovrà sciogliere la riserva sul futuro immediato. Le strade sono due: esercizio provvisorio o chiusura definitiva. L’esercizio provvisorio permetterebbe di completare le ultime commesse, tra cui una francese di rilievo, garantendo lavoro per alcuni e ammortizzatori sociali per altri. Si attiverà solo se potrà portare liquidità all’azienda, ma non è scontato. In caso contrario, scatterà la liquidazione giudiziale vera e propria con il licenziamento collettivo e il passaggio alla Naspi.
Per molti lavoratori esperti, la preoccupazione principale è il limbo previdenziale: la Naspi dura al massimo due anni e, per alcuni, questo periodo non sarà sufficiente a coprire il buco contributivo per raggiungere la pensione. I lavoratori restano i primi creditori privilegiati. Tutto ciò che verrà recuperato dalla liquidazione dei beni aziendali sarà destinato prioritariamente a loro. Se i fondi non dovessero bastare, dovrà intervenire il fondo di garanzia Inps per coprire il Tfr e le mensilità arretrate.
L’udienza di ottobre
Intanto, l’udienza per l’esame dello stato passivo è fissata per ottobre ed entro settembre andranno inviate le insinuazioni. Dopo il verdetto di venerdì, i sindacati convocheranno tutti i lavoratori, attivi e cessati, per pianificare insieme ai legali le prossime mosse per il recupero dei crediti. Chiude Bruschi: "È inaccettabile che a pagare il prezzo più alto siano i lavoratori. Proprio loro, che si sono spesi fino all’ultimo. E che mai dovrebbero addossarsi il rischio d’impresa".

