“Sapore” di film… cinema e cucina!

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Totò che si abbuffa in “Miseria e Nobiltà“; Louis de Funès e Coluche che smascherano ristoranti pretenziosi ma scarsi in “L’Ala o la Coscia“; Noiret, Tognazzi, Piccoli e Mastroianni che si ingozzano per un trimalcionesco suicidio nella “Grande Abbuffata“; i pasta&fagioli western di Bud Spencer e Terence Hill nella serie di “Trinità”. Non basterebbe un’intera pagina di Libertà per raccontare il complesso rapporto che da sempre lega il cinema alla cucina, al cibo e al vino. Un vincolo che parte nel Dopoguerra e va avanti ininterrottamente fino al Terzo Millennio. Le ultime pellicole di soggetto enogastronomico che ho particolarmente apprezzato sono “Sydeways” (2004) che riprende l’omonimo romanzo di Rex Pickett e segue due amici che festeggiano l’addio al celibato con un viaggio di una settimana nel paese del vino della Contea di Santa Barbara; e “Mangia prega ama” (2010) con Julia Roberts, che – dopo un tempestoso divorzio – intraprende un viaggio intorno al mondo che la porterà in Italia dove, tra musei e opere d’arte, si avvicina ai piaceri del palato, ingrassando e godendosi la vita.

La nostra cucina si fonde al cinema in episodi iconici già da “Miseria e Nobiltà” (1954) con lo squattrinato Felice Sciosciammocca (Totò) che brandisce manciate di spaghetti con le mani, le divora avidamene e se le infila in tasca per farne scorta. E lo stesso anno con “Un Americano a Roma” in cui Alberto Sordi regala uno dei più divertenti e celebrati monologhi della storia del cinema interpretando lo sfortunato Nando Moriconi, che tenta maldestramente di assomigliare il più possibile a uno yankee, imitando lo stile di vita e l’abbigliamento ma anche quella che crede essere l’alimentazione Usa. Si serve quindi generosamente marmellata, latte, yogurt e mostarda in un unico immangiabile piatto, che assaggia e subito getta via esclamando “ammazza che zozzeria!” e tuffandosi sul maccarone italiano. Fin dalla stessa epoca anche i cartoni animati hanno celebrato la cucina italiana, basti pensare alla romantica scena di “Lilly e il Vagabondo” (1955), che si innamorano davanti ad un piatto di spaghetti con le polpette.

Un connubio proseguito negli anni del boom economico laddove il miracolo italiano ha alimentato (in tutti i sensi) quest’immagine cinematografica dell’italiano buongustaio. Anche qui con sequenze stracelebrate come quella che – in “Vacanze Intelligenti” terzo episodio del film “Dove vai in vacanza?” (1978) – ha come protagonisti Remo (Alberto Sordi) e Augusta (Anna Longhi), fruttivendoli romani, costretti dai figli laureati a “vacanze alternative” che prevedono una ferrea dieta, assieme a visite ad una necropoli etrusca e alla Biennale di Venezia. Con la ribellione finale della coppia celebrata con una pantagruelica scorpacciata in trattoria. E come dimenticare “Fantozzi“? Paolo Villaggio fotografa il più sfortunato impiegato d’Italia in tutte le più improbabili avventure gastronomiche: dalle “polpette baveresi” rubate al severissimo dietologo fino al frittatone di cipolle (rigorosamente con birra Peroni ghiacciata e rutto lbero) e alla micidiale acqua minerale Bertier…

Tra i miei film “gastronomici” preferiti non posso dimenticare “Vatel” (2000) con Gérard Depardieu nei panni dello che della tenuta di Chantilly, chiamato a organizzare faraonici festeggiamenti per la visita di Re Sole; ma anche il rocambolesco “Cous Cous” (2007) che racconta di maghrebino sessantenne che si dimette dal modesto lavoro di manovale in una cittadina francese sul mare per inseguire il sogno di aprire un ristorante su una barca da rottamare ancorata nel porto, dove servire il couscous cucinato dalla ex moglie.

Sul filone più enologico che gastronomico, da vecchio romanticone ho molto apprezzato “Un’ottima annata” (2006) con il gladiatore Russel Crowe nei panni di un avido broker londinese che eredita dallo zio una tenuta con vigneto Château La Siroque in Provenza. Parte intenzionato a venderla e a capitalizzarne il valore, ma il destino (e naturalmente l’amore) cambiano completamente i suoi piani. Una pellicola tanto interessante quanto poco conosciuta è “Vinodentro” (2014) tratto dall’omonimo e breve romanzo di Fabio Marcotto, che racconta di un bancario astemio che stravolge improvvisamente il corso della sua vita dopo una degustazione di Marzemino (il vino di Mozart ndr) fino a diventare il più grande sommelier del mondo, ma pagando a caro prezzo questo brusco cambio di direzione alimentato dalla sua ambizione.
E per chiudere segnalo “Bottle Shock” (2008), ambientato negli anni ‘70, che racconta la storia di Montelena Winery, azienda di Napa Valley che vinse un importante concorso in Francia e fece partire il successo – oggi consacrato – della produzione vinicola californiana.

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