“Miele impronta digitale del territorio”

Di Giorgio Lambri 20 Aprile 2021

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Chiara Concari

C’è una frase della chiacchierata con Chiara Concari (mente e braccio dell’Apicoltura Il Porticone di Campremoldo Sotto) che mi è rimasta tatuata nella mente. Si parlava del “millefiori”, un tipo di miele così detto proprio perché non deriva una tipologia floreale preminente, ma vi si possono trovare sapori e caratteristiche di svariati tipi di fiori.
Chiara lo ha definito “l’impronta digitale di un territorio” dato che presenta caratteristiche peculiari derivanti dal luogo in cui viene prodotto, dal diverso nettare raccolto e anche dall’annata di produzione. Ecco, quando parliamo di valorizzazione del “terroir-piasintein” dovremmo sempre tenere presente l’importanza fondamentale di queste “impronte digitali”: nel cibo, nel vino, in tutti i prodotti della tradizione.
Chiara ha 42 anni e l’attività di apicultrice fa parte della sua seconda vita. “Se 15 anni mi avessero detto che per mestiere avrei allevato api e prodotto miele mi sarei messa ridere” confessa con un gran sorriso. “Ho studiato all’Itis – prosegue – poi ho frequentato Lingue e letterature straniere a Bologna, mi sono laureata e ho trovato lavoro in un’importante azienda piacentina come responsabile dell’ufficio estero”.
E poi?
“Da un giorno all’altro mi sono rotta le scatole e ho completamente azzerato la mia vita, ho lasciato un contratto e un lavoro a tempo indeterminato per ripartire da zero e reinventarmi la vita. Ho frequentato un corso di apicoltura di tre mesi e mi sono innamorata di questo mestiere. Ho anche molto viaggiato, in Francia, Austria e Lussemburgo, per imparare; infine otto anni fa ho comprato i miei primi tre alveari”.
E’ stata dura?
“All’inizio sì, anche perché questo è un mestiere prevalentemente maschile, soprattutto per la fatica fisica che comporta perché ad esempio smielare a mano significa portare pesi da 15/20 chili. Si può farlo anche la macchina, ma il gusto del miele smielato a mano è diverso”.
Ci parli del Porticone, la sua azienda…
“Partiamo dal nome che è quello del vecchio palazzo di Campremoldo dove ho la mia base operativa. Oggi ho un centinaio di arnie per lo più qui vicino all’azienda ma anche in Val Nure e Valtrebbia. Ad esempio all’interno dell’azienda vitivinicola La Stoppa di Elena Pantaleoni. Produco vari tipi di miele: tarassaco, acacia, tiglio, castagno, millefiori, erba medica”.
Non è però solo produttrice, vero?
“No, sono anche giudice dell’Albo nazionale assaggiatori, siamo un po’ come i sommelier del miele, perché purtroppo anche in questo settore il rischio di contraffazione è concreto”.
In che senso?
“Ad esempio con aggiunta di sciroppi di zucchero e di riso; il miele è un alimento assolutamente non ricreabile dall’uomo, la sua purezza è fondamentale”.
Il vostro, come quello dei vignaioli. è un mestiere soggetto alle “bizze”della natura.
“Certo, tanto per fare un esempio il gelo delle settimane scorse ha bruciato molti germogli di acacia e questo ovviamente influirà sul nostro raccolto di miele, da un alveare si possono ricavare dai 10 ai 40 chili di prodotto, ci sono tante varianti, oltre al clima anche l’avvelenamento dei terreni attraverso una cattiva agricoltura. Però…”
Però?
“Il nostro è comunque un mestiere unico perché ci mette a contatto con il meraviglioso mondo delle api, ogni volta che ci avviciniamo a un’arnia è un’emozione diversa, straordinaria”.
Come è stato per voi l’anno del Covid?
“Dal punto di vista del lavoro non è cambiato molto, ovviamente da quello delle vendite si. Ci siamo arrangiati facendo anche consegne a domicilio, poi abbiamo alcuni rivenditori di fiducia, ad esempio nel mercato rionale di via Alberici, e da Piace Pronto, un negozio all’Infrangibile specializzato nella vendita di prodotti piacentini e un altro a Castellarquato. Siamo anche da Bookbank, libreria di via San Giovanni, che abbina la vendita dei vecchi volumi a quella del miele e dei nostri biscotti”.
Biscotti?
“Si, i “Porcotti”, fatti con il nostro miele da un artigiano panificatore di Bettola, titolare di un agriturismo che si chiama Poggio d’Incanto, che li vende sul mercato bisettimanale della Coldiretti in piazza Duomo. Abbiamo anche una collaborazione con un pasticcere e produttore di gelati di Pontenure, Genti Ashiku di Mill Sabores, che già utilizza il nostro miele e che in futuro “adotterà” un alveare. Siamo una piccola realtà, per sopravvivere dobbiamo farci venire nuove idee che ci differenzino dagli altri, ad esempio produciamo candele con cera d’api. Quello che ci tengo a far capire è che il miele non è tutto uguale e che un prodotto artigianale non ha niente a che vedere con un miele trattato termicamente e pastorizzato. Il miele non è solo un rimedio per il mal di gola, come purtroppo molti pensavano in passato, può essere un ingrediente importante della cucina ma anche un compagno impagabile per vari tipi di formaggio. Scegliere quello piacentino vuol dire non solo premiare il tanto menzionato ma poco praticato “km zero” ma anche sostenere il migliore sforzo produttivo del territorio”.

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