Ristoranti, menzioni e “cappelli” piacentini (pochi!) de L’Espresso

Di Giorgio Lambri 07 Giugno 2021

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La ristorazione italiana secondo L’Espresso, che ha stilato nei giorni scorsi le proprie pagelle 2021. Sono tredici i ristoranti da non perdere, cioè quelli che si fregiano dei 5 cappelli. Tre le new entry: D’O di Cornaredo, a Milano, chef Davide Oldani; Duomo di Ragusa, chef Ciccio Sultano; e La Madia di Licata, chef Pino Cuttaia. A loro si aggiungono: Casadonna Reale di Castel di Sangro; Seta del Mandarin Oriental di Milano; St. Hubertus dell’Hotel Rosa Alpina di San Cassiano in Badia; Le Calandre di Sarmeola di Rubano, Padova; Lido 84 di Gardone Riviera, Brescia; Madonnina del Pescatore di Senigallia; Osteria Francescana di Modena, Piazza Duomo di Alba; Uliassi di Senigallia; Villa Feltrinelli di Gargnano, Brescia.
Sono sedici le segnalazioni che i “detective del gusto” di Enzo Vizzari hanno destinato alla nostra provincia nell’edizione 2021 della Guida. A mio giudizio un po’ pochine su un totale di oltre 2000 ristoranti e trattorie d’Italia menzionati. Almeno altri tre/quattro locali del territorio, senza far nomi, avevano tutte le carte in regola per rispondere ai requisiti utilizzati come metro di valutazione. Nessun nostro chef, secondo questa peraltro qualificatissima guida, giunta alla 43esima edizione, ha meritato nè i cinque cappelli dei “migliori ristoranti in assoluto”, né i quattro che indicano una “cucina eccellente”, né i tre che premiano una “cucina ottima”. Possibile?
Il più alto riconoscimento attribuito nel Piacentino sono i due cappelli della Palta di Bilegno, stellato Michelin, la cui regina, Isa Mazzocchi, è stata proprio recentemente incoronata come miglior chef d’Italia 2021. Gli ispettori de L’Espresso ne premiano anche la carta dei vini e lo definiscono “un classico del territorio che non delude mai e dove va in scena una cucina esperta e di grande qualità, dai sapori decisi, ma sempre elegante, fedele alla tradizione eppure in continua evoluzione”.
Un cappello per l’altro stellato del territorio, il Nido del Picchio, a sua volta citato anche per la carta dei vini. Daniele Repetti, si legge nella motivazione “avvalendosi di una valida materia prima, spazia da un eccellente rivisitazione della tradizione a più elaborate preparazioni creative sia sul versante ittico sia di terra”.
Meritatissimo cappello e una simbolica menzione per l’attenzione alla tradizione per l’Ostreria La Faggiola, “ambiente di rustica semplicità, ma curato e accogliente, la cui formula del successo si basa su materie prime di qualità, locali e non, valorizzate da una cucina che interviene su gli ingredienti, al minimo e con saggezza, per proporre piatti di gusto come la ricca e croccante bomba di riso con piccione”.
Cappello indiscutibile anche per Riva di Pontedellolio; della geniale chef Carla Aradelli, vengono segnalati in guida la “terrina di maiale al pepe con funghi sott’olio della Valle e carciofi” ma anche il “carpaccio di gamberi rossi con rabarbaro al Campari e crostini di foie gras” e i classici tortelli piacentini.
Alla Dispensa dei Balocchi, in città, “la mano sicura del cuoco valorizza carne e pesce con cotture calibrate e intingoli saporosi ma leggeri, come negli accattivanti cappellacci di castagne con tartufo bianco e Parmigiano”.
Simbolo della pentola per premiare l’attenzione alla cucina tradizionale della Trattoria Cattivelli di Isola Serafini dove la cucina viene giudicata “espressione fedele del territorio di cui valorizza le materie prime, pesce di fiume in primis, declinandole sia in piatti tipici alleggeriti nei condimenti”.
Premio alla tradizione anche per la Trattoria San Giovanni di via Garibaldi a Piacenza, nuova entrata, “che pur essendo proiettata verso la contemporaneità (vellutata di zucca mantovana, funghi sciitake e popcorn di croste di Grana Padano) non dimentica la tradizione e parte da materie prime selezionate per approdare a piatti come le saporose trippe di manzo alla piacentina con fagiolana di Cerignale”.
Da Giovanni a Cortina di Alseno è una new entry e viene segnalato con il bicchiere che indica una particolare cura nella ricerca e nel servizio dei vini. Tra i piatti di Renato Besenzoni vengono segnalati la succulenta anatra muta arrostita, il riso al profumo di curcuma e vongole, la terrina di fegato d’oca al Sauternes.
Con il salvadanaio (locali nei quali si possono spendere meno di 30 € per due portate bevande escluse) è inclusa nella guida anche la Locanda del Gusto di Castelvetro di cui vengono evidenziati “le proposte di mediterranea sapidità, la scelta di salumi locali e i vini al calice”.
Sempre con il salvadanaio una new entry come la Taverna Rabarbaro di piazza Cittadella a Piacenza “che si muove sul doppio binario della terra e del mare”.
Il simbolo del letto che indica la possibilità di pernottare in loco e quello del calice per la proposta dei vini connotano la segnalazione della Locanda del Falco di Rivalta (che a giudizio dello scrivente avrebbe strameritato il cappello) che, si legge nella motivazione, “porta avanti la cucina della tradizione piacentina senza rinunciare a spunti contemporanei che si traducono in piatti ittici o a tema vegetale”.
Simbolo del letto ma anche menzione per i vini al Castellaccio (a Marchesi di Travo) di cui vengono evocate le “costolette di cervo in crosta di erbe”.
Tra i locali della città vengono infine menzionati anche l’Osteria Santo Stefano (nella via omonima) Suggerimenti di Lorenzo in viale Malta e la Trattoria Paoli di San Bonico.

giorgio.lambri@liberta.it

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