Il 25 Aprile di Piacenza fu tre giorni dopo: la città scoprì che l’incubo era passato
Nella notte i nazifascisti scappano verso nord, oltre il Po. Arrivano alleati e partigiani. E finalmente si può fare festa
Redazione
|4 ore fa

La sfilata della Liberazione in piazza Cavalli il 5 maggio 1945
di Marco Cavallari
Fu il 28 aprile (e non il 25) il giorno del 1945 in cui Piacenza poté dirsi finalmente liberata dopo gli anni di guerra. E’ quella la data che, per città e provincia, segna la fine delle ostilità tra nazifascisti e partigiani e l’inizio della rinascita. Il 25 aprile è quindi per noi il 28: un sabato. In Emilia-Romagna le città vissero, una ad una, l’arrivo degli angloamericani, a cominciare da Bologna e muovendo verso nord. E Piacenza fu inevitabilmente una delle ultime in regione. La Liberazione correva lungo la via Emilia.
Quei giorni furono spartiacque bellico e, inevitabilmente, sociale. Dopo le lunghe sofferenze a seguito dell’8 settembre 1943 (data di firma dell’armistizio tra governo Badoglio e forze alleate che divise in due l’Italia e segnò l’inizio degli scontri civili), i piacentini poterono avere la desiderata aria di pace: che la popolazione respirò subito.
Chi in quella Piacenza c’era raccontò di un 28 aprile con i cittadini che, dopo un po’ di titubanza le prime ore del mattino, capiscono che tutto è finito e vanno in strada a far festa: urla di gioia, abbracci, drappi tricolori, sventolio di fazzoletti bianchi, rossi, azzurri. Suonano le campane del Campanone civico, del Duomo, delle chiese. Dalle 9 c’è certezza che ormai ad esultare non si sbaglia. Qualcuno, come ricorderà il comandante partigiano Giuseppe Prati, invoca l’ultimo sindaco prima del fascismo: il socialista Ferruccio Tansini. Gli alleati si inediano in Prefettura e Questura. Il Comitato di liberazione nazionale (Cln) è in Municipio, il comando partigiano nel presidio di via Romagnosi. Davanti al Municipio si piazzano due carri armati degli alleati: è il segno della Liberazione.

