Referendum, le dieci lezioni di questo voto

Il commento del direttore Gian Luca Rocco

Gian Luca Rocco
Gian Luca Rocco
|4 ore fa
Festeggiamenti in piazza Barberini per la vittoria del No al referendum costituzionale, Roma 23 marzo 2026 © ANSA
Festeggiamenti in piazza Barberini per la vittoria del No al referendum costituzionale, Roma 23 marzo 2026 © ANSA
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Inutile girarci attorno: a prescindere dalle dichiarazioni di rito, questo referendum era una porta girevole, una sliding door per il governo Meloni e, più in generale, per l’assetto dei poteri dello Stato. Il risultato, l’ampia seppur non schiacciante vittoria del no, ci restituisce alcuni punti di caduta che vanno analizzati con attenzione. Il primo riguarda sicuramente l’affluenza. Non si vedevano così tanti italiani al voto da anni. Per quanto riguarda un referendum, dobbiamo andare al 1993 per trovare più elettori alle urne. Un dato davvero significativo, perché dimostra che, quando sono chiamati a decidere per temi importanti, i nostri connazionali si muovono, eccome. E la Costituzione è uno di quelli che li tocca più da vicino.
Un bel segnale, a prescindere dal risultato: riportare la gente alle urne è fondamentale per il benessere della democrazia, per mantenere la buona salute dello stato di diritto. Sicuramente il dato geografico è importante: l’impressione è di un grande compattamento delle regioni storicamente più di sinistra che hanno ritrovato un motivo valido, una battaglia degna di essere combattuta voto per voto. Merito, o demerito, di Giorgia Meloni, secondo punto di caduta e grande sconfitta della tornata elettorale. Prima ha voluto personalizzare il voto, poi, forse spinta da sondaggi non proprio confortanti, ha fatto un passo indietro, cercando di piazzare comunque qualche zampata l’ultima settimana. C’è poco da dire: è la prima, importante battaglia che perde in modo così netto e le conseguenze ci saranno.
Prime fra tutte, all’interno del suo partito e poi del suo schieramento. I prossimi mesi saranno interessanti per capire dove si sposteranno gli equilibri, l’impressione è che gli italiani non abbiano apprezzato per niente la sottomissione agli Stati Uniti degli ultimi mesi: il “maga” (make America great again) è incompatibile con lo sviluppo del nostro Paese, da oggi è chiaro a tutti. Il terzo punto mi ricorda quei cartelli che vedevo da piccolo vicino alle trappole per topi oppure ai cavi dell’alta tensione: un teschio con la scritta “chi tocca, muore” (mio nonno lo metteva anche in cantina sulle bottiglie di vino da collezione e da non bere, ma è un’altra storia).
Ecco, la Costituzione è così: chi si avvicina, rischia di restare folgorato o avvelenato. Chiedere a Renzi e, da oggi, anche all’attuale presidente del consiglio. Questo non significa accettare l’immutabilità della nostra bella carta dei diritti fondamentali, ma semplicemente che, come i padri costituenti hanno previsto e scritto, serve per ogni modifica una maggioranza più ampia possibile. Il rischio del voto popolare è una tagliola che tre volte su cinque ha fatto davvero male a chi ha preferito “forzare la mano”. Memento per le prossime legislature. Quarto, a proposito di questa, è un sicuro cambio di programma. Intanto, l’ipotesi di una nuova legge elettorale andrà rivista. E poi, invece di occuparsi nel dettaglio della riforma della magistratura, servirà concentrare energie su altro. Magari sulla giustizia che, lo ricordiamo, si può serenamente migliorare con legge ordinaria. Basta agire sui codici di procedura penale e civile e sulle leggi di attuazione. Senza forzature e, magari, nell’interesse del sistema e non con intento punitivo.
E arriviamo al quinto punto, i veri vincitori di questa tornata elettorale: i magistrati. Fossi in loro, però, rifletterei molto su quanto accaduto. Perché i problemi di correnti e di politicizzazione della casta dei giudici restano: gli italiani hanno semplicemente preferito il male minore, magistratura imperfetta e indipendente piuttosto che il rischio di un assoggettamento ad un altro dei poteri. Ma questo non significa che siano disposti a perdonare altri passi falsi di una categoria che non sempre si è confermata all’altezza della situazione. Anzi, ora giudici e pubblici ministeri saranno ancora di più sotto la lente dell’opinione pubblica, ed è giusto così. Arriviamo al sesto punto: forse una riforma costituzionale della giustizia non avverrà mai più.
Chiunque ci penserà molte volte prima di prendere in mano la questione. Questo non significa, come detto, che non ci possano essere provvedimenti ad hoc. Anzi, restano sul tavolo come priorità per modernizzare un sistema sempre più farraginoso. Ed eccoci al settimo punto, gli altri vincitori: tutti coloro che hanno votato “no”, primo fra tutti il campo largo. Insomma, la sinistra, sindacati inclusi, incassa un buon risultato che, a torto o a ragione, si intesta. Ma io starei molto attento con i trionfalismi: è stato un voto su di una questione specifica, non certo una preferenza ad un partito o ad uno schieramento.
E, a questo proposito, l’ottavo punto è forse il mio preferito: hanno votato tantissimi giovani, con un passaparola sui social e una vera e propria “chiamata alle armi” in difesa, vera o presunta, della Costituzione. E quando i ragazzi si interessano di politica, del loro futuro e soprattutto dimostrano attenzione e serietà nello svolgere i loro diritti e doveri di cittadini, non posso e non possiamo che essere felici e ottimisti, finalmente, per il futuro della nostra povera Italia. In conclusione, eccoci arrivati al decimo punto, quello che riguarda più da vicino Piacenza e il nostro territorio. Qui ha vinto nettamente il “sì”, dimostrazione che in Emilia-Romagna siamo controcorrente, soprattutto in provincia. Un bel dato, interessante da analizzare, soprattutto per quei comuni che nel 2027 andranno al voto. Primo fra tutti il nostro capoluogo, dove il sì vince ma con percentuali decisamente più ridotte, quasi un testa a testa che, sono sicuro, ci accompagnerà fino alle prossime amministrative. Sarà un anno impegnativo per tutti, ma ripartiamo da una certezza: gli italiani e i piacentini hanno ancora voglia di dire la loro. E non è poco.