Gli smartphone inquinano quanto Olanda e Venezuela,
ma la crisi “aiuta” l’ambiente

01 Agosto 2022

Oggi la vita media di uno smartphone è stimata tra i due e i cinque anni, ma la tendenza sembra essere quella di ritardare sempre più la sua sostituzione.
Secondo il rapporto “Digital green evolution” di Deloitte, nel 2016 due italiani su tre dichiaravano di aver acquistato nell’ultimo anno e mezzo un telefonino.
Nel 2021 questa quota di popolazione si è abbassata a poco meno della metà. Trend simili sono stati rilevati anche in Paesi come Germania, Regno Unito, Austria e Belgio.
Questa tendenza è senza dubbio positiva per l’ambiente, anche se pare essere più legata a motivazioni di stampo economico che a un’effettiva coscienza green dei consumatori in fatto di cellulari.
Sempre secondo la ricerca di Deloitte, solo il 14% di chi acquista uno smartphone considera la durata attesa del dispositivo come una caratteristica importante nella scelta del modello. Si bada molto più a caratteristiche tecniche come la durata della batteria (49%), la velocità del processore (32%), la qualità della fotocamera (27%) e la capacità della memoria (27%), piuttosto che al semplice richiamo del brand (24%).
Inoltre, appena il 2% presta attenzione all’eventuale impiego di materiali riciclati.
Stesse dinamiche anche per chi utilizza uno smartphone usato o ricondizionato, cioè appena il 7% dei partecipanti all’indagine.
Tra questi, solo il 9% afferma di aver compiuto questa scelta per la volontà di essere rispettosi dell’ambiente: la spinta principale, invece, arriva dalla maggior economicità rispetto a un telefonino nuovo e dalla possibilità di “ereditarne” uno da parenti o amici.
Gli smartphone inquinano come Olanda e Venezuela
Eppure l’impatto dei cellulari è così grande che meriterebbe maggiore attenzione.
Immaginando di riunire assieme tutti i 4,5 miliardi di smartphone presenti nel mondo e di misurarne in un anno l’impronta nociva sull’ambiente, si otterrebbero circa 146 milioni di tonnellate di Co2, un quantitativo simile a quello generato da Stati come i Paesi Bassi o il Venezuela.
I numeri forniti da Deloitte fanno ben capire quanto operazioni all’apparenza innocue, come acquistare o utilizzare un telefonino (o un altro device elettronico), possano avere ripercussioni sull’ambiente.
Le emissioni sono collegate soprattutto alle prime fasi del ciclo di vita di uno smartphone: ben l’83% alla produzione, al trasporto e al primo anno di utilizzo, solo l’11% riguarda l’utilizzo a partire dal secondo anno di vita, mentre risulta residuale l’impatto delle attività di ripristino di telefonini esistenti (4%) e i processi di fine-vita, riciclo incluso (1%).
Questo scenario rende evidente che la strada maestra per ridurre l’impronta ambientale degli smartphone è quella di incidere sulla produzione, favorendo soprattutto l’utilizzo di materiali riciclati che limitino le attività di estrazione delle terre rare, particolarmente inquinanti.
Fondamentale anche allungare il ciclo di vita dei prodotti, rendendo maggiormente vantaggiosa la riparazione rispetto alla sostituzione del dispositivi. E in tal senso potrà giocare un ruolo chiave l’eventuale estensione del diritto alla riparazione che attualmente non include gli smartphone e altri device quali tablet e pc portatili.

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