Sostenibilità Piacenza:
bene il sociale, malino ambiente e transizione

18 Settembre 2022

 

Ci sono sempre le tematiche ambientali, legate in particolare all’inquinamento atmosferico e al consumo di risorse, a penalizzare Piacenza nelle analisi nazionali.
L’ultima conferma arriva dalla seconda edizione del rapporto “Italia sostenibile” di Cerved, i cui esperti hanno preso in esame centinaia di variabili tratte dall’ampio database di informazioni proprietarie del Gruppo e da fonti pubbliche, definendo un indice generale di sostenibilità che integra aspetti economici, sociali e ambientali dei singoli territori.
Piacenza nella classifica generale si attesta al 34esimo posto tra le province italiane, ma va in controtendenza rispetto alla media nazionale.
Il nostro territorio, infatti, ha un elevato punteggio per quanto riguarda la sostenibilità sociale, si difende molte bene per quanto riguarda quella economica, ma è sotto la media proprio la sostenibilità ambientale.
“La vostra provincia – spiega Enea Dallaglio, responsabile del progetto Italia Sostenibile per Cerved/Mbs Consulting – non è al top in nessuna categoria, ma neppure nelle posizioni basse. Appartiene a quelle zone, che abbiamo identificato soprattutto nel Centro-nord, che hanno buoni risultati dal punto di vista economico e sociale, ma con problemi più rilevanti relativi all’ambiente”.
C’è però un altro rischio per il nostro territorio, la cui economia oggi si basa soprattutto su meccanica, logistica e agricoltura: “Sono tre comparti fondamentali – commenta l’esperto – che però hanno processi di digitalizzazione e transizione ecologica/energetica più lenti di altri. Non a caso, dai nostri dati Piacenza risulta ancora indietro rispetto alla madia per quanto riguarda la trasformazione digitale e di riconversione energetica. Processi che hanno bisogno di tempo e che impongono molta attenzione per evitare conseguenze sull’occupazione. In ogni caso, non riscontriamo fragilità sociali, anzi in questo campo c’è una valutazione decisamente avanzata”.
Piacenza si può consolare anche con dati lusinghieri per quanto riguarda la diffusione di energia da fonti rinnovabili.
“Quello che abbiamo voluto comunicare con questo rapporto a istituzioni e categorie economiche – conclude Dallaglio – è che non è più il tempo per slegare la semplice sostenibilità ambientale agli elementi economici e sociali: sono tutti ingredienti che concorrono al benessere dei cittadini e all’attrattività di un territorio”.

La sostenibilità in Europa
L’Italia non brilla per sostenibilità, visto che su 29 nazioni europee analizzate da Cerved occupa la quindicesima posizione ed è al di sotto della media soprattutto a causa delle cattive performance economiche e sociali, mentre vanta un buon livello di sostenibilità ambientale. Tuttavia, se scorporate, le regioni di Nord Ovest e Nord Est si piazzano addirittura al sesto e settimo posto, immediatamente a ridosso dei migliori cinque Paesi monitorati (Svezia, Danimarca, Paesi Bassi, Germania, Finlandia).
La debolezza italiana è soprattutto economica: hanno risultati peggiori solo Romania, Cipro e Grecia, anche a causa di una produttività che da più di vent’anni non registra alcun miglioramento. Questa stagnazione, dovuta a una scarsa attrattività per gli investimenti esteri e alla limitata capacità di innovazione (investiamo poco in ricerca e sviluppo e siamo ultimi tra i grandi Paesi per digitalizzazione), è all’origine della crescita stentata, dei redditi fermi da dieci anni e del basso tasso di occupazione (57%, 10 punti sotto la media Ue).

La mappa delle province
La mappa della sostenibilità delle province italiane – sempre definita in base all’indice che sintetizza la componente economica, sociale e ambientale – conferma l’ampio divario che esiste tra il Nord e il Sud: Milano, Bolzano, Padova, Trento, Treviso e Bergamo sono le province più sostenibili, mentre Siracusa, Vibo Valentia, Agrigento, Reggio Calabria e Crotone chiudono la classifica; la provincia meridionale migliore è Bari, al 51mo posto.
Le prime province per indice di sostenibilità economica sono tutte al Nord: Milano è in testa, seguita a una certa distanza da Bologna e Torino; in coda troviamo Caltanissetta, Agrigento e Trapani.
La sostenibilità sociale è fortemente correlata a quella economica: le prime dieci province, con la sola eccezione di Pisa, sono al Nord, a partire da Milano, Padova e Bolzano; le ultime risultano Crotone, Reggio Calabria e Caserta.
L’indice di sostenibilità ambientale (livelli di inquinamento, situazione idrogeologica e sismica, gestione delle scorie e dei rifiuti, rischio della transizione energetica nei sistemi produttivi) non replica invece la spaccatura tra Nord e Sud: Macerata, Bergamo e Monza Brianza sono le tre province migliori, Siracusa, Isernia e Ferrara le peggiori. Al Sud le posizioni più alte sono di Enna (quarto posto) e Lecce (nono).
In generale le aree metropolitane sono penalizzate da più alti livelli di inquinamento, ma evidenziano risultati migliori in termini di consumi e riconversione energetica: Milano, Torino, Venezia e Padova sono le province che più frequentemente hanno superato le soglie di inquinamento da Pm10, mentre Viterbo, Macerata e Urbino risultano le migliori.
In termini di riconversione energetica sono, invece, i grandi centri a stare nella parte alta della classifica, con Brescia, Torino e Aosta a occupare le prime tre posizioni.
Molto diversa anche la capacità di gestire scorie industriali e rifiuti urbani: spiccano Treviso, Mantova e Pordenone, mentre sono in grave difficoltà Grosseto e grandi città come Palermo, Genova, Catania, Trieste, Venezia, Firenze e Roma, che occupa la 94esima posizione.
Vi sono poi 14 province estremamente eterogenee – città portuali come Brindisi e Livorno, aree montane come Aosta e Sondrio, economie agroalimentari come Lodi e Siena o caratterizzate dall’industria pesante come Terni – il cui specifico tessuto produttivo dovrà affrontare pesanti costi per la transizione.

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