"I vedovi" è il thriller atipico e accattivante di Boileau e Narcejac
Al centro della narrazione ci sono le conseguenze delle azioni violente. Se fosse una pizza, sarebbe una vegana al tofu
Cecilia Pizzaghi
|1 giorno fa

La copertina del volume
Non sono un’amante dei gialli e non mi considero una persona particolarmente gelosa. Eppure oggi vi parlo di un poliziesco che fa della gelosia il motore della sua trama. E che, tra l’altro, mi è piaciuto e mi sento di consigliarvi.
Perché, a mio avviso, è un anti-giallo e la gelosia di cui è permeato non è che una maschera che nasconde altro, qualcosa di più difficile da riconoscere. E poi ve lo consiglio perché è un libro pieno di fascino, lussurioso e al tempo stesso tragico, edonista, ma anche oppressivo: questo libro è irresistibile un po’ come un bell’uomo dall’aspetto losco che ti invita a sedersi accanto a lui in un bistrot francese e sorseggiare insieme un bicchiere di vino rosso (mi raccomando, immaginatevi la scena in bianco e nero).
“I vedovi” di Pierre Louis Boileau e Thomas Narcejac è narrato dal punto di vista di Serge, un uomo che potrebbe benissimo essere il protagonista di un quadro di Hopper: uno scrittore squattrinato, con la testa piena di dubbi e l’animo tormentato, sposato con Mathilde, una donna bellissima e mondanissima. Fa la modella e la sua routine è un destreggiarsi tra shooting, fitting, atelier, caffè e festini.
La cosa che mi piace di questo nucleo familiare? Che Mathilde, oltre ad avere un’aura da cartolina parigina, guadagna più di Serge. Molto più di Serge. Diciamo pure che Serge è praticamente il suo mantenuto. E infatti è dannatamente geloso di Mathilde: in ogni saluto, sorriso, abbraccio, in ogni più piccola cicatrice della moglie, intravede un tradimento; in ogni uomo che la stima, l’apprezza, le dà un lavoro o le fissa anche solo un appuntamento, riconosce un amante.
Senza nemmeno un fatto concreto a sostegno delle sue paure - giusto alcuni particolari che non tornano perfettamente nella sua testa, o, come li chiameremmo nel gergo del dating moderno, alcune produzioni del suo overthinking - Serge decide di assumere un investigatore privato per seguire Mathilde e avere la conferma di questo benedetto tradimento. Indizi compromettenti, ma nessuna prova certa: è quanto gli basta per impugnare un’arma e far fuori il capo di Mathilde.
Ovviamente il poveretto altro non era che uno stilista con il quale la signora andava a scattare foto in privato in una megavilla, nella quale stavano confezionando una nuova super collezione.
Destino vuole che, pochi giorni dopo l’omicidio, viene fuori che il secondo romanzo di Serge, Affari di cuore (che guarda caso parla di un amante gelosissimo), vince un prestigioso premio letterario.
Quindi, fatemi capire bene: vorreste farmi credere che sto leggendo un libro dove lei alla fine non tradisce nessuno, è totalmente fedele e devota, e arriva un deus ex machina sotto forma di premio letterario che fa diventare il nostro protagonista famoso (bello lo è già) ammiratissismo e, ovviamente, straricco?
Ma quando mai?! Quel furbone di Serge crede talmente poco in se stesso, che ai tempi, aveva inviato il manoscritto in forma anonima, e non può certo andare allo scoperto, ora che un uomo con le sue fattezze è il più ricercato di Francia per un delitto efferatissimo.
È l’inizio della fine: Serge si ritrova prigioniero di una trappola mentale di insicurezze, colpe e ossessioni, dalla quale non sembra proprio esserci modo di evadere. E la situazione va completamente a rotoli quando qualcun altro reclama la paternità del suo “Affari di cuore”. E che qualcuno!
Perché, a mio avviso, è un anti-giallo e la gelosia di cui è permeato non è che una maschera che nasconde altro, qualcosa di più difficile da riconoscere. E poi ve lo consiglio perché è un libro pieno di fascino, lussurioso e al tempo stesso tragico, edonista, ma anche oppressivo: questo libro è irresistibile un po’ come un bell’uomo dall’aspetto losco che ti invita a sedersi accanto a lui in un bistrot francese e sorseggiare insieme un bicchiere di vino rosso (mi raccomando, immaginatevi la scena in bianco e nero).
“I vedovi” di Pierre Louis Boileau e Thomas Narcejac è narrato dal punto di vista di Serge, un uomo che potrebbe benissimo essere il protagonista di un quadro di Hopper: uno scrittore squattrinato, con la testa piena di dubbi e l’animo tormentato, sposato con Mathilde, una donna bellissima e mondanissima. Fa la modella e la sua routine è un destreggiarsi tra shooting, fitting, atelier, caffè e festini.
La cosa che mi piace di questo nucleo familiare? Che Mathilde, oltre ad avere un’aura da cartolina parigina, guadagna più di Serge. Molto più di Serge. Diciamo pure che Serge è praticamente il suo mantenuto. E infatti è dannatamente geloso di Mathilde: in ogni saluto, sorriso, abbraccio, in ogni più piccola cicatrice della moglie, intravede un tradimento; in ogni uomo che la stima, l’apprezza, le dà un lavoro o le fissa anche solo un appuntamento, riconosce un amante.
Senza nemmeno un fatto concreto a sostegno delle sue paure - giusto alcuni particolari che non tornano perfettamente nella sua testa, o, come li chiameremmo nel gergo del dating moderno, alcune produzioni del suo overthinking - Serge decide di assumere un investigatore privato per seguire Mathilde e avere la conferma di questo benedetto tradimento. Indizi compromettenti, ma nessuna prova certa: è quanto gli basta per impugnare un’arma e far fuori il capo di Mathilde.
Ovviamente il poveretto altro non era che uno stilista con il quale la signora andava a scattare foto in privato in una megavilla, nella quale stavano confezionando una nuova super collezione.
Destino vuole che, pochi giorni dopo l’omicidio, viene fuori che il secondo romanzo di Serge, Affari di cuore (che guarda caso parla di un amante gelosissimo), vince un prestigioso premio letterario.
Quindi, fatemi capire bene: vorreste farmi credere che sto leggendo un libro dove lei alla fine non tradisce nessuno, è totalmente fedele e devota, e arriva un deus ex machina sotto forma di premio letterario che fa diventare il nostro protagonista famoso (bello lo è già) ammiratissismo e, ovviamente, straricco?
Ma quando mai?! Quel furbone di Serge crede talmente poco in se stesso, che ai tempi, aveva inviato il manoscritto in forma anonima, e non può certo andare allo scoperto, ora che un uomo con le sue fattezze è il più ricercato di Francia per un delitto efferatissimo.
È l’inizio della fine: Serge si ritrova prigioniero di una trappola mentale di insicurezze, colpe e ossessioni, dalla quale non sembra proprio esserci modo di evadere. E la situazione va completamente a rotoli quando qualcun altro reclama la paternità del suo “Affari di cuore”. E che qualcuno!

Badate bene, fino a qui non ho fatto alcuno spoiler. Non ho detto nulla di più di quanto succede nelle prime cento pagine del romanzo. A fare spoiler, semmai, è il duo di autori Pierre Boileau e Thomas Narcejac, che già dal titolo “I vedovi” sembrerebbero alludere a parecchie cosucce.
Ma, come dicevo all’inizio, “I vedovi” non è un vero thriller, non c’è suspance o grandi colpi di scena. Per me è tutto il contrario: sin dall’inizio, non stiamo dalla parte del protagonista, non tifiamo per lui, non entriamo in empatia con i suoi turbamenti, nonostante la voce che ascoltiamo sia proprio la sua. Serge è un uomo in balia delle sue debolezze, della sua scarsissima autostima e della sua ancora più bassa fiducia nei confronti donna che dichiara, più e più volte, di amare. Serge è un uomo possessivo, ma non nel senso romanticizzato del termine: la vuole tutta per sé, non accetta che il suo fascino faccia effetto su altri, lotta contro la sua indipendenza, fa di tutto per impedire che abbia una vita al di fuori di lui, non tollera che venga ammirata, che venga apprezzata. Non è semplicemente geloso, è invidioso.
E quindi è vero, noi lettori viviamo l’angoscia di Serge, il suo timore di essere scoperto, la sua frustrazione per non potersi rivelare come autore del bestseller dell’anno. Però quasi non vediamo l’ora che venga scoperto, che paghi, non solo per quello che ha fatto, ma per i pensieri ossessivi e irrazionali di cui ci ha resi partecipi. Vorremmo dissociarci da quello che leggiamo. Quasi siamo contenti - e qui sì, grande SPOILER ALERT - della vendetta che qualcuno sta architettando per lui.
Più volte, mentre lo leggevo, mi sono ritrovata a fare similitudini tra “I vedovi” e “The Departed”. Del resto, non sarebbe la prima volta che Boileau-Narcejac vengono adattati in pellicole di grandi registi (basti pensare a “La donna che visse due volte” e “Vertigo” di Hitchcock). Per un po’ credevo che Serge potesse essere accostato alla talpa-Di Caprio del film di Scorsese: un poveretto costretto a condurre una doppia vita, infiltrarsi nella mafia di Boston per ottenere avanzamenti (o inizi) di carriera, troppo debole per trovare una via d’uscita da una situazione pericolosamente magmatica. A fine lettura ho capito invece che Serge non può che essere assimilabile a quel diabolico e insopportabile Matt Damon di “The Departed”: un uomo disposto a tutto pur di sentirsi dire che è bravo e speciale, pur di sopraffare gli altri. Nel caso di Serge, sua moglie.
Sono quindi convinta che “I vedovi”, in questa riedizione nuova di zecca uscita lo scorso anno, sia rientrato nelle classifiche e venga consigliato su ogni scaffale di libreria perché estremamente attuale.
Perché non è un vero e proprio thriller, non racconta un vero e proprio femminicidio, non parla di vera e propria gelosia. Racconta le conseguenze delle emozioni violente. Perché se è vero che la gelosia uccide, forse, alla fine, “I vedovi” vuole provare che anche l’invidia è una terribile arma patriarcale.
E se fosse una pizza, “I vedovi” sarebbe una pizza vegana, con ricotta di tofu, pesto al basilico e un topping di mandorle e noci: raffinatissima, ben bilanciata, etica.
Ma, come dicevo all’inizio, “I vedovi” non è un vero thriller, non c’è suspance o grandi colpi di scena. Per me è tutto il contrario: sin dall’inizio, non stiamo dalla parte del protagonista, non tifiamo per lui, non entriamo in empatia con i suoi turbamenti, nonostante la voce che ascoltiamo sia proprio la sua. Serge è un uomo in balia delle sue debolezze, della sua scarsissima autostima e della sua ancora più bassa fiducia nei confronti donna che dichiara, più e più volte, di amare. Serge è un uomo possessivo, ma non nel senso romanticizzato del termine: la vuole tutta per sé, non accetta che il suo fascino faccia effetto su altri, lotta contro la sua indipendenza, fa di tutto per impedire che abbia una vita al di fuori di lui, non tollera che venga ammirata, che venga apprezzata. Non è semplicemente geloso, è invidioso.
E quindi è vero, noi lettori viviamo l’angoscia di Serge, il suo timore di essere scoperto, la sua frustrazione per non potersi rivelare come autore del bestseller dell’anno. Però quasi non vediamo l’ora che venga scoperto, che paghi, non solo per quello che ha fatto, ma per i pensieri ossessivi e irrazionali di cui ci ha resi partecipi. Vorremmo dissociarci da quello che leggiamo. Quasi siamo contenti - e qui sì, grande SPOILER ALERT - della vendetta che qualcuno sta architettando per lui.
Più volte, mentre lo leggevo, mi sono ritrovata a fare similitudini tra “I vedovi” e “The Departed”. Del resto, non sarebbe la prima volta che Boileau-Narcejac vengono adattati in pellicole di grandi registi (basti pensare a “La donna che visse due volte” e “Vertigo” di Hitchcock). Per un po’ credevo che Serge potesse essere accostato alla talpa-Di Caprio del film di Scorsese: un poveretto costretto a condurre una doppia vita, infiltrarsi nella mafia di Boston per ottenere avanzamenti (o inizi) di carriera, troppo debole per trovare una via d’uscita da una situazione pericolosamente magmatica. A fine lettura ho capito invece che Serge non può che essere assimilabile a quel diabolico e insopportabile Matt Damon di “The Departed”: un uomo disposto a tutto pur di sentirsi dire che è bravo e speciale, pur di sopraffare gli altri. Nel caso di Serge, sua moglie.
Sono quindi convinta che “I vedovi”, in questa riedizione nuova di zecca uscita lo scorso anno, sia rientrato nelle classifiche e venga consigliato su ogni scaffale di libreria perché estremamente attuale.
Perché non è un vero e proprio thriller, non racconta un vero e proprio femminicidio, non parla di vera e propria gelosia. Racconta le conseguenze delle emozioni violente. Perché se è vero che la gelosia uccide, forse, alla fine, “I vedovi” vuole provare che anche l’invidia è una terribile arma patriarcale.
E se fosse una pizza, “I vedovi” sarebbe una pizza vegana, con ricotta di tofu, pesto al basilico e un topping di mandorle e noci: raffinatissima, ben bilanciata, etica.

