“Noi non siamo soli”. Tornano al cinema gli extraterrestri buoni colorati da Steven Spielberg

La poesia dI “Incontri ravvicinati del terzo tipo” splende al Jolly e al Corso nella versione Director’s cut del 1998

Barbara Belzini
|1 giorno fa
“Noi non siamo soli”. Tornano al cinema gli extraterrestri buoni colorati da Steven Spielberg
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Grazie al prezioso progetto Il Cinema Ritrovato della Cineteca di Bologna torna in sala “Incontri ravvicinati del terzo tipo” di Steven Spielberg: uscito nel 1977 dopo il grande successo de “Lo squalo”, il film, che viene proposto nella versione Director’s Cut del 1998, considerata quella definitiva. In questa veste, passata attraverso la Special Edition del 1980, la visione è piuttosto diversa da quella più nota comunemente. Se nel 1977 Spielberg lascia che l’ossessione del suo protagonista Roy Neary cresca senza troppe spiegazioni e il famoso “incontro” si ferma sulla soglia, nel 1980 l’industria gli chiede di mostrare l’ignoto, di rassicurare il pubblico. Vent’anni dopo il regista, con un gesto di riappropriazione autoriale ma anche di complicità e fiducia nell’intelligenza e nella capacità di immaginazione dello spettatore, riorganizzerà il finale per restituire centralità all’emozione e sottrarlo alla spiegazione della visione. Siamo in una terra di confine (anche geograficamente, visto che gran parte del film si svolge nel deserto).
Gli incontri di Spielberg abitano un luogo lontano dalla scienza e forse anche dalla civiltà, ma pieno di umanità. Da una parte c’è il sistema governativo, guidato dallo specialista francese Claude Lacombe (François Truffaut), che dopo i primi avvistamenti di UFO decide di tentare il contatto con gli alieni presso la Torre del Diavolo, una montagna del Wyoming, dall’altra, a Mumbie, Indiana, la comunità viene travolta dai segnali della presenza aliena.
Se all’inizio prevale la meraviglia, la curiosità positiva “Sembra Halloween, ma per adulti”, i messaggi dallo spazio si moltiplicano (la scena ambientata in India con le folle che pregano cantando saranno mirabilmente riprese in quella favolosa parodia del cinema di fantascienza con alieni che è “Mars Attacks!” di Tim Burton, parlandone da regista vivo). Ma per tenere il suo film all’altezza dello sguardo e del cuore Spielberg, come un entomologo davanti a un formicaio, si concentra su un microcosmo di personaggi ordinari, un elettricista e la sua famiglia, un bambino e sua madre, per studiare le loro reazioni di fronte a un evento straordinario (un pilastro della filmografia del regista, che fa pronunciare queste parole a Lacombe, il “regista”, che ci introduce alla possibile interpretazione, portata avanti da diversi studiosi, di “Incontri Ravvicinati” come di una metafora del cinema stesso, con quel finale costruito come un set e le due bandiere a ricordare un’arte creata in Francia e sviluppata in America ).
Roy Neary (Richard Dreyfuss) cade in preda a un’ossessione e ne diventa dipendente. E come accade a volte nelle dipendenze, entra in una dimensione che diventa incompatibile con le responsabilità del quotidiano. La sua capacità di guardare oltre, di comprendere i segni di nuovo linguaggio, distruggerà la sua famiglia, incapace di condividere la sua illuminazione. Se Julian Guiller (Melinda Dillon) ha una storyline più drammatica ma maggiormente lineare, quella di una madre che cerca il figlio rapito dagli alieni, Lacombe, lo scienziato, cerca di capire come comunicare, come decifrare lingue, segnali, intenzioni. Spielberg, qui, non racconta un contatto extraterrestre. Racconta cosa succede quando l’identità non basta più a contenere l’esperienza, e i suoi protagonisti ci mostrano il costo umano di saper guardare oltre. Nella poetica spielberghiana rimane centrale l’importanza dei bambini: in una storia di adulti disorientati dall’ignoto, Barry Guiller è l’unico che non oppone resistenza, che accoglie gli alieni. La celebre sequenza notturna nella casa è costruita come un gioco: porte che si aprono, giocattoli che prendono vita, luci che sfondano le pareti. Ma Barry, al contrario di sua madre, ancora non sa cosa sia la paura né la diffidenza, e anticipa le figure fondamentali di Elliott in “E.T”., David in “A.I. – Intelligenza artificiale”, i ragazzini di “Jurassic Park”. Per lui l’ignoto non è intrinsecamente ostile: il bambino, che non ha ancora un sistema di difesa concettuale, attraversa l’esperienza senza spezzarsi. Gli adulti, invece, ne escono frammentati. E, nonostante il ritorno di Barry, incolume, lo stesso finale non è di ricomposizione di questa frattura: la Devils Tower, fino a quel momento ossessione privata e incomprensibile, diventa improvvisamente spazio pubblico e rituale.
L’incontro con l’altro è finalmente autorizzato, istituzionalizzato, ma proprio per questo perde la sua carica sovversiva.
L’evento è controllato, coreografato, reso presentabile. La risposta degli alieni è una concessione, senza scambio alla pari, così come il ritorno dei rapiti. Non ci sono celebrazioni di nessun tipo: lo stesso Roy sale sull’astronave da solo. La comunicazione è finita. Un concetto che sarà ribaltato, anni dopo, da “Arrival” di Denis Villeneuve, che scriverà una nuova pagina del cinema di fantascienza.
Il film sarà proposto in versione originale lunedì 26 alle 21 al Jolly2 di San Nicolò e mercoledì 28 gennaio alle 21 dal cinema Corso.