“2026 is the new 2016”: il revival della GenZ che racconta l’ansia del presente

“Nostalgia 2016” è la nuova tendenza più amata sui social, ma in realtà nasconde un significato ben più profondo

Fabrizia Malgieri
|21 ore fa
“2026 is the new 2016”: il revival della GenZ che racconta l’ansia del presente
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Scorri TikTok, apri Instagram, metti una playlist “throwback” su Spotify: c’è un anno che ritorna ovunque. Non sono gli anni ’80, non è il Y2K. È il 2016. E no, non si tratta solo di un semplice fenomeno “revival”. È una vera e propria comfort zone generazionale. Benvenuti nel trend di “Nostalgia 2016”.
A prima vista potrebbe sembrare solo un gioco estetico: filtri caldi e leggermente sgranati, selfie scattati con la fotocamera frontale senza troppe correzioni, schermate di vecchie chat, compilation di hit pop e indie di metà anni Dieci. In realtà, dietro questa ondata nostalgica c’è qualcosa di più profondo: un bisogno collettivo di rallentare e di recuperare un senso di leggerezza che oggi appare lontano. Al grido di «2026 is the new 2016» - frase apparsa per la prima volta dallo scorso fine dicembre su TikTok – diversi utenti sui social hanno iniziato a condividere vecchie foto, video e raccolte che mostravano le tendenze durante la metà degli anni 2010. Come dimenticare gli assurdi filtri di Snapchat a forma di cagnolino e corona di fiori, selfie eccessivamente luminosi e immagini a bassa risoluzione tipiche delle prime fotocamere degli smartphone come quelle in dotazione per l’iPhone? E poi ci sono le sfide virali, quelle che prima di tutti hanno costruito la narrazione degli ultimi dieci anni delle piattaforme social: la Bottle Flip Challenge, la Mannequin Challenge, così come l’app Pokémon Go di Niantic, e tanto altro.
E poi c’è la musica, tanta musica: canzoni come “Panda” di Desiigner, “Black Beatles” di Rae Sremmurd, “Broccoli” di DRAM e Lil Yachty, “Lean On” di Major Lazer e DJ Snake, “Lush Life” di Zara Larsson e “Starboy” di The Weeknd sono spesso utilizzate come tappeto sonoro per la maggior parte di questi video. Come detto, il trend ha un’estetica precisa: foto leggermente sgranate, filtri aranciati, collage di screenshot di vecchie chat, outfit che sembrano usciti da un pomeriggio al centro commerciale — skinny jeans, Vans, bomber, choker. I contenuti si moltiplicano: “2016 core”, “take me back”, “l’ultimo anno felice”. I video montano immagini di festival, tramonti, gruppi di amici, selfie spontanei. Tutto sembra più semplice, più leggero, più vero. Ma cosa stiamo davvero rimpiangendo? Dietro questo fenomeno, infatti, sembra esserci molto di più.
Il 2016, infatti, viene raccontato come l’ultimo anno “prima di tutto”: prima della pandemia, prima dell’esplosione dell’intelligenza artificiale generativa, prima che i social diventassero un lavoro a tempo pieno per milioni di persone. Nella memoria condivisa, quel periodo appare meno ansioso, meno polarizzato, meno performativo. Chi nel 2016 era adolescente o poco più che ventenne oggi ha superato i 25 anni – e appartengono tutti alla cosiddetta “GenZ”. È entrato nel mondo del lavoro, si confronta con instabilità economica, crisi internazionali, trasformazioni tecnologiche rapidissime. Tornare a quell’anno significa tornare a un momento di passaggio, in cui il futuro sembrava aperto e non ancora saturo di incertezze. Una parte centrale del fenomeno riguarda l’evoluzione delle piattaforme.
Nel 2016 Instagram non era dominato da reel e strategie di monetizzazione aggressive; TikTok non aveva ancora l’impatto globale di oggi; la figura dell’influencer era meno strutturata. I contenuti apparivano più spontanei, meno costruiti secondo logiche di engagement. Di conseguenza, Nostalgia 2016 funge anche da potente critica implicita al presente digitale; e, in un ecosistema governato da algoritmi sofisticati e da una continua richiesta di visibilità, l’estetica “imperfetta” di dieci anni fa diventa sinonimo di autenticità. Le foto sovraesposte e i meme grezzi assumono il valore di un gesto controcorrente. Non si tratta solo di moda. È un linguaggio condiviso, una grammatica visiva che permette a migliaia di utenti di riconoscersi.
La nostalgia, del resto, non è mai un’operazione neutra. Seleziona, semplifica, mette in ombra le tensioni politiche e sociali dell’epoca per privilegiare i ricordi personali: le amicizie, le prime libertà, le estati apparentemente infinite. È una costruzione emotiva che risponde a un presente percepito come accelerato e incerto. Dal punto di vista culturale, il fenomeno non sorprende: la moda e l’immaginario collettivo seguono cicli di circa dieci-quindici anni. Gli anni Novanta sono tornati protagonisti nei 2010, l’estetica Y2K ha dominato i primi anni Venti. Ora tocca alla metà degli anni Dieci. La distanza temporale è sufficiente a trasformare un periodo recente in oggetto del desiderio.
Ma c’è una differenza sostanziale rispetto alle tendenze che l’hanno preceduta: Nostalgia 2016, infatti, è la prima a svilupparsi in un mondo già pienamente digitale, dove i ricordi sono archiviati, indicizzati e già pronti per essere remixati. Qui non è più una questione di scavare nei vecchi album fotografici o andare alla ricerca di qualche vecchia playlist su CD o mp3, occorre semplicemente risalire il feed. Tuttavia, ridurre il fenomeno a una semplice tendenza significherebbe sottovalutarlo o, addirittura, svuotarlo: Nostalgia 2016 intercetta un bisogno generazionale di stabilità e di rassicurazione. In un’epoca di trasformazioni continue — tecnologiche, climatiche, geopolitiche — guardare a un passato recente diventa una forma di auto-tutela emotiva.
Non è detto che il 2016 sia stato davvero più semplice; tuttavia, oggi rappresenta, almeno da un punto di vista simbolico, un momento in cui il futuro ci appariva meno minaccioso e più lineare. E finché l’incertezza continuerà a dominare il presente, è probabile che quel passato rimanga un rifugio digitale condiviso. Il 2016 diventa così un simbolo, forse è questo il vero cuore del trend: non il desiderio di tornare indietro, ma quello di ritrovare una sensazione di leggerezza. Tra dieci anni, probabilmente, qualcuno farà video nostalgici sul 2026. Con filtri vintage, musica “vecchia” e caption malinconiche. Perché la nostalgia non parla mai davvero del passato. Parla di come ci sentiamo noi nel presente.