“GTA VI” arriva, ma senza disco: la scatola vuota che racconta il futuro del gaming
Il nuovo videogioco di Rockstar Games è sempre più realtà, eppure non sono mancate le polemiche
Fabrizia Malgieri
|13 ore fa

È il videogioco più atteso dell’anno, forse del decennio. Fa parlare di sé non solo per i suoi elevati standard qualitativi, ma anche – e soprattutto – per i temi politici e sociali fortemente ancorati all’attualità. Stiamo parlando, ovviamente, di “Grand Theft Auto VI”, il nuovo capitolo del popolare franchise firmato da Rockstar Games, che torna a distanza di oltre dieci anni – tredici, per la precisione – dall’ultimo episodio. Non che nel frattempo il brand sia stato messo da parte: nonostante sia stato pubblicato nel settembre 2013, “Grand Theft Auto V” continua ancora oggi a resistere nella top ten delle classifiche videoludiche globali, grazie anche a un supporto costante di nuovi contenuti per la modalità Online.
Un modus operandi molto apprezzato dai giocatori, confermato da risultati ancora sorprendenti in termini di vendite: il gioco ha totalizzato, ad oggi, 230 milioni di copie vendute in tutto il mondo, generando profitti per oltre un miliardo di dollari. Non sorprende, dunque, che l’entusiasmo della community nei confronti della prossima iterazione sia febbrile. Così febbrile che, al momento dell’annuncio dei preordini ufficiali, fissato per il 25 giugno, internet è letteralmente imploso. Le ragioni sono molteplici: se da un lato l’apertura dei pre-order conferma il lancio previsto per il prossimo 18 novembre – una data che ha subito diversi slittamenti, anche per via della necessità di Rockstar Games di raggiungere standard qualitativi all’altezza della storia del marchio – dall’altro non hanno mancato di far discutere alcune indiscrezioni, poi rivelatesi errate, sui possibili costi del gioco. A suscitare polemiche è stato un presunto leak emerso su un noto retailer online, che suggeriva un prezzo di partenza di 89,99 euro per la versione base e 199,99 euro per l’Edizione da Collezione.
Cifre proibitive che hanno scosso le community di gamer, soprattutto per il timore che “GTA VI” potesse creare un precedente per l’innalzamento generalizzato dei prezzi al dettaglio — un problema che da qualche anno pesa già sul settore e, soprattutto, sulle tasche dei videogiocatori. Il pericolo è poi rientrato: secondo i rivenditori ufficiali che hanno avviato i preordini, l’edizione standard è fissata a 79,99 euro, mentre la Ultimate Edition costerà 99,99 euro. Quella che sembrava una polemica archiviata ha però dato avvio a una nuova, animata discussione nel momento in cui Rockstar Games ha ufficializzato i contenuti delle singole versioni. La questione, stavolta, non riguarda i contenuti presenti, ma quelli assenti: si scopre che la confezione fisica di “Grand Theft Auto VI” non conterrà un disco, bensì un codice digitale per scaricare il titolo su Xbox Series o PlayStation 5. In un’epoca in cui il digitale rappresenta sempre più l’unica via percorribile — complice anche una cultura del consumo che privilegia il “subito e ora” — la notizia potrebbe sembrare scontata. Eppure, i motivi di malcontento sono molteplici, e vanno ben oltre il caso specifico di “GTA VI”: riguardano una tendenza che si sta strutturando in modo sempre più solido all’interno dell’industria dell’intrattenimento, videogiochi in testa. La scelta di orientarsi verso il mercato digitale esclusivo preclude, infatti, opportunità che fino a oggi hanno reso il gaming – da tempo un settore sempre più “privilegiato” in termini economici – quanto meno accessibile. Con la progressiva scomparsa del disco fisico, il mercato dell’usato verrebbe di fatto annullato, riducendo in modo significativo la platea dei potenziali giocatori: non tutti possono permettersi l’acquisto a prezzo pieno, e non tutti vogliono rinunciare alla possibilità di rivendere la propria copia per finanziare il titolo successivo.
C’è poi la questione della proprietà: se è vero che anche con un disco fisico non si acquisisce la proprietà intellettuale dell’opera – che resta, giustamente, nelle mani dei suoi autori – se ne possiede tuttavia il supporto, con la possibilità teorica di giocarci all’infinito. Il rischio del digitale, già concretizzatosi con Nintendo quando ha chiuso i server di alcuni servizi legati a console fuori produzione, è che il giocatore possa perdere da un giorno all’altro i propri acquisti regolarmente effettuati. E nel caso in cui la console si guastasse o il supporto esterno risultasse danneggiato? C’è infine una dimensione che trascende il singolo acquisto e investe qualcosa di più grande: la memoria. La tendenza al “digital-only” rischia di condannare all’oblio milioni di esperienze di gioco – e con esse, una parte significativa della storia del medium. Associazioni come Ivipro, con sede a Bologna, combattono da anni per la preservazione del videogioco come forma d’arte e documento culturale: se i server da cui scaricare i titoli dovessero chiudere, quelle opere semplicemente sparirebbero, senza lasciare traccia. Il cinema ha le sue cineteche, la letteratura le sue biblioteche: perché il videogioco dovrebbe fare eccezione? “GTA VI” arriverà nei negozi il 18 novembre, quasi certamente con code fuori dai negozi e record di vendite. Ma la scatola che i giocatori porteranno a casa quel giorno – leggera, priva di disco, con dentro solo un codice – è già, a suo modo, un manifesto involontario su dove sta andando questa industria. E non tutti sono sicuri di volerla seguire fin lì.

