Mixtape è un videogioco che racconta il potere della musica
La nuova avventura di Beethoven & Dinosaur ci spiega il suo valore nella nostra formazione emotiva
Fabrizia Malgieri
|20 ore fa

Mixtape - © Libertà/Fabrizia Malgieri
È l’ultima notte del liceo. Tre amici si preparano a vivere quella che, per tutti loro, rappresenterà l’ultima grande avventura fianco a fianco. È da questa premessa semplice, nota, ma efficace che prende forma “Mixtape”, il nuovo videogioco di Beethoven & Dinosaur, che muove le sue riflessioni su una delle verità più “violente” e silenziose che l’esistenza ci riserva: che ogni ultima volta si presenta senza annunciarsi, senza cerimonia, senza la dignità di un addio consapevole. Un giorno smetti di essere adolescente. Un giorno smetti di dormire sul pavimento di casa di qualcuno, di ridere fino alle tre di notte per niente, di credere che quella notte non finirà mai. Stacey, Cassandra e Slater — i tre protagonisti di “Mixtape” — sono eccitatissimi di vivere quest’ultima festa insieme. In macchina, parte una playlist. E da quella playlist si aprono voragini: vignette oniriche, frammenti di memoria, i momenti che li hanno formati e che adesso, a guardarlo da fuori, sembrano più grandi di quanto fossero stati. È il meccanismo della nostalgia, che non è mai fedeltà al passato ma sua traduzione, sua reinterpretazione — un montaggio in cui il dolore è già diventato poesia. Beethoven & Dinosaur conoscono questo meccanismo meglio di chiunque altro, e lo usano con una precisione quasi chirurgica: ogni brano è una porta, e ogni porta si apre su qualcosa che pensavi di aver dimenticato. Perché è questo che fa la musica nell’adolescenza: non accompagna, non fa da sfondo, non decora. Abita. Si installa in noi in quel preciso momento in cui siamo ancora abbastanza aperti, abbastanza privi di difese, da lasciarla entrare fino in fondo. Prima che imparassimo a proteggerci dall’emozione - prima di essere capaci di costruire la distanza ironica, il cinismo, l’autoironia come potente scudo — la musica ci trovava indifesi, e ci segnava. Una canzone a sedici anni non è una canzone: è la prima versione di noi stessi che si riconosce in qualcosa di più grande. È la scoperta che ci sono parole per quello che si prova, anche quando non si trovano le proprie.

“Mixtape” lo sa, e lo dice con immagini in stop motion, con uno stile visivo che è esso stesso un ricordo filtrato, come le fotografie degli anni Novanta in cui i colori erano già leggermente sbagliati, già leggermente più belli del vero. La colonna sonora è un erbario di epoche diverse: DEVO, Joy Division, Siouxsie and the Banshees, The Smashing Pumpkins, Roxy Music, Iggy Pop, The Cure. Non una sola generazione, non una sola tribù. Perché l’adolescenza non è un decennio: è una condizione, e la musica è la sua lingua franca, quella che parla uguale a tutti. Ridurre “Mixtape” a un esercizio di nostalgia anni Novanta sarebbe tuttavia profondamente ingiusto. Tutti noi abbiamo un mixtape, che non è necessariamente una cassetta – magari oggi è una playlist su Spotify con un nome in codice di cui solo noi conosciamo il profondo significato; oppure è una cartella di file mp3 sopravvissuta ai nostri continui aggiornamenti; o, ancora, si tratta semplicemente di una sequenza mentale di brani che si attivano per associazione, per stagione, per sensazioni. Ci sono canzoni che richiamano gioia senza preavviso. Canzoni che chiamano la rabbia, o il lutto, o quella forma particolare di malinconia che non ha nome preciso e che assomiglia alla sensazione di guardare la luce del pomeriggio su un muro. La musica è il solo archivio emotivo che non si corrompe nel tempo: tutto il resto si riscrive, si reinterpreta, si dimentica. Ma una canzone suona uguale a vent’anni di distanza, e ci restituisce — intatti, esatti, spietati — esattamente come eravamo. In un panorama videoludico che misura il valore di un titolo in ore di gioco, in mappe esplorabili, in alberi di abilità da sbloccare, “Mixtape” sceglie la direzione opposta: dare pochissimo controllo, e in cambio chiedere tutto il resto. Non c’è un mondo da salvare. Non c’è un nemico. C’è solo quella notte, quella macchina, quella playlist, e tre persone che stanno per smettere di essere chi sono. Il vero gameplay è la memoria del giocatore — ciò che lui porta con sé nella stanza, i suoi sedici anni, i suoi mixtape, le sue ultime notti. Beethoven & Dinosaur hanno costruito uno specchio: ci si avvicina e si vede qualcun altro, ma poi si capisce che quello è noi. L’adolescenza finisce sempre troppo presto e troppo piano. Finisce prima che ce ne accorgiamo, e poi continua a finire per anni, per decenni — ogni volta che una canzone riparte e ci riporta lì, in quella stanza, in quella notte, in quella versione di noi che non sapeva ancora cosa stesse per perdere. “Mixtape” è esattamente questo: non un gioco sulla nostalgia, ma un gioco su ciò che siamo stati. Sulla necessità, cioè, di tornare a ciò che siamo stati per capire, ogni volta un po’ di più, gli individui che siamo diventati.

WHATSAPP, FACEBOOK E INSTAGRAM A PAGAMENTO? TUTTE LE NOVITA'
Importanti novità in arrivo per i social del gruppo Meta. Appena pochi giorni fa, la compagnia di Mark Zuckerberg ha annunciato pochi nuovi piani di abbonamento a pagamento per le sue tre app principali (Whtasapp, Facebook e Instagram), ufficializzando un cambio di strategia atteso da mesi. Naomi Gleit, head of product di Meta, ha annunciato il rollout globale di Facebook Plus, Instagram Plus e WhatsApp Plus in un video pubblicato su Instagram, anticipando ulteriori piani per creator, aziende e prodotti legati all’intelligenza artificiale. In particolare, Instagram Plus e Facebook Plus avranno un costo mensile pari a 3,99 dollari, mentre WhatsApp Plus di 2,99 dollari al mese. I contenuti degli abbonamenti sono differenziati per app: su Instagram Plus gli utenti possono mettere in evidenza una storia una volta a settimana per ottenere più visualizzazioni, usare super reazioni animate, scegliere icone personalizzate per l’app, aggiungere font personalizzati alla bio del profilo, estendere la durata di una storia oltre le 24 ore e visualizzare le storie in anteprima senza apparire come spettatori. Facebook Plus include funzionalità in larga parte sovrapponibili a quelle di Instagram Plus, mentre WhatsApp Plus punta sulla personalizzazione: temi, suonerie personalizzate, più chat pinnate, sticker premium e personalizzazione delle liste. La mossa punta a diversificare le entrate di Meta oltre la pubblicità, estraendo valore da una base di utenti già globalmente satura. Il lancio arriva mentre Meta è sotto pressione degli investitori per le sue ingenti spese in AI, con una spesa in conto capitale proiettata tra 125 e 145 miliardi di dollari per l’anno in corso. Le azioni Meta hanno guadagnato quasi il 3% alla notizia. I nuovi piani Plus non sostituiscono Meta Verified, l’abbonamento esistente focalizzato su verifica dell’account, ma tutto confluirà però in un’unica architettura: Meta prevede di consolidare progressivamente le varie offerte sotto un unico brand chiamato Meta One. Nell’ambito di Meta One, verranno testati anche due piani dedicati agli utenti di Meta AI: Meta One Plus a 7,99 dollari al mese e Meta One Premium a 19,99 dollari, con quest’ultimo che sblocca maggiore capacità di calcolo per query complesse e funzionalità avanzate di generazione video e immagini. Vale la pena notare che nessuna delle funzionalità di base viene messa dietro paywall: i piani Plus sono pensati per chi vuole qualcosa in più, non per sostituire l’esperienza gratuita esistente - almeno per ora.
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